Un altro No chiaro e forte

Era cominciato tutto pubblicizzando l’abolizione del Senato ed è finita alla stessa maniera: con una menzogna.

Nel suo autoencomio di addio (temporaneo, ovviamente, quando diceva “se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di far politica” stava sempre scherzando) Matteo Renzi celebra la “festa della democrazia” perché “il parlamento, su iniziativa del governo, ha dato la possibilità ai cittadini di decidere”.

Invece il referendum non è stata una gentile concessione del magnanimo Re a noi sudditi ingrati: si è reso obbligatorio in virtù di un diritto garantito dall’articolo 138 perché la riforma nella seconda votazione non ha ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi. Per inciso, in nessuna delle sei votazioni né alla Camera né al Senato la riforma è stata approvata a maggioranza dei due terzi.

Dopodiché, non trapela nulla di nuovo dalle parole di Renzi. Ha ammesso di aver perso in maniera netta, ma questo è innegabile. Quello che Renzi avrebbe dovuto fare ma non ha affatto è riconoscere di aver sbagliato, e questa assunzione di responsabilità non c’è stata, come del resto manca da quando è al governo nonostante i vari fallimenti, questo perché significherebbe ammettere di aver trascinato il Paese nella rissa e aver brandito la Costituzione – legge fondamentale del nostro vivere comune – come segno di forza e fonte di legittimazione.

Finalmente è terminata la campagna elettorale più scorretta, immonda, squallida e deplorevole di sempre. Avrei continuato ad oltranza ma confesso di aver sfiorato l’esaurimento nervoso a furia di ripetere che i senatori tedeschi non godono dell’immunità parlamentare e soprattutto non votano ognuno come gli pare e piace o in ossequio al capobastone, il contrario di quanto previsto dalla riforma.

Quanti hanno votato Sì per paura che le minacce disseminate dal governo in questi mesi fossero vere? Quanti hanno votato Sì credendo, in buona fede, a balle del tipo “la Ragioneria dello Stato ha certificato 500 milioni di risparmio”? Quel 40% è gonfiato da media indecenti e servili che hanno spalleggiato per mesi violenze verbali, invasioni di strade e mezzi pubblici tappezzati con manifesti beceri e demagogici pagati con denaro di cui nessuno conosce la provenienza, volgarità e meschinità di ogni ordine e genere: dalle strumentalizzazioni di Berlinguer, Ingrao, Iotti, Falcone e Montanelli alle ingiurie e alla bile riversati a fiume sui proff. Pace, Villone, Carlassare, Urbinati, Falcone, Azzariti, Zagrebelsky, Onida, De Siervo, Cheli, Mirabelli, Rodotà, Flick e Maddalena passando per l’occupazione militare di tutte le televisioni e dei cosiddetti “grandi” giornali, ma il culmine dell’immoralità è stata la vergognosa propaganda sfruttando il dolore dei malati.

Le persone che hanno votato Sì a causa delle intimidazioni del governo e dei suoi trombettieri hanno l’opportunità di svergognarli assieme alla loro boria e alla loro scorrettezza:

“Milano vola. Spread sotto 160 punti. Si conferma la fase positiva dopo il voto referendario italiano, che ha aperto la crisi di governo. Milano in netto rialzo con le banche. Il rendimento dei Btp italiani sotto il 2% sul mercato secondario, notizie positive dagli ordini in Germania”. La Repubblica

La soluzione ai mali dell’economia, a quanto pare, è la caduta del governo Renzi.

Siccome il primo sport preferito dagli italiani è salire sul carro del vincente del momento, il secondo invece è scendere immediatamente appena tira brutta aria, qualcuno a scrutinio ancora in corso già lamentava l’eccessiva personalizzazione di Renzi, come se si sarebbe potuta evitare dopo aver portato avanti quella pessima riforma con ingerenze e ripetute violazioni dei regolamenti: dalle purghe in Commissione affari costituzionali ai blitz notturni fino a canguri e supercanguri. Come mai questi rinsaviti non hanno parlato prima, quando il loro protetto gambizzava ogni discussione in Parlamento?

Un premier responsabile che non pensa solo alla sua carriera politica avrebbe evitato di creare un clima di contrapposizione così aspro e forte e soprattutto non si sarebbe servito della legge fondamentale della Repubblica per cercare di avere quella legittimazione popolare che non ha mai avuto.

A caricare il referendum di significati del tutto estranei alla Costituzione non sono stati gli altri partiti ma Renzi stesso ricattando fin dall’inizio il Parlamento con la fine della legislatura e proseguendo con tale sconsideratezza fino a pochi giorni dal voto minacciando ancora ritorsioni per cercare di estorcere qualche Sì.

Ma non si possono addossare tutte le colpe su Renzi. Primo su tutti è stato Napolitano a trascinare il Paese fin qui, orchestrando una congiura per sostituire il premier in carica con un fantoccio alle sue dipendenze che seguisse alla lettera i suoi dettami, impartiti a loro volta, come scrisse il quirinalista Marzio Breda nell’aprile 2014, da una controversa banca d’affari, la J.P. Morgan.

Un irresponsabile ex capo dello Stato che anziché unire ha profondamente diviso dando carta bianca ad un governo delegittimato politicamente e giuridicamente per riformare (neanche revisionare come stabilisce l’articolo 138) unilateralmente la nostra Costituzione.

Il No è stato un No anche contro un certo modo di fare politica, autoritario e autoreferenziale. Nessuno obbliga Renzi a rassegnare le dimissioni e dovrebbe restare al suo posto perché ora, non avendo più il peso politico per imporre voti di fiducia al Parlamento, sarebbe obbligato a doversi confrontare, com’è giusto che sia, con tutte le forze politiche, capendo forse la differenza tra governare e spadroneggiare grazie ad una schiera di cortigiani e voltagabbana che gli votano di tutto per cieca obbedienza. Ma lui è consapevole di questo quindi va via, perché o si fa come dice lui o si prende il pallone.

Come tanti altri ho detto No a quello schifo di riforma perché in democrazia non esistono vincitori e vinti ma diverse figure che si bilanciano e controllano a vicenda. È su quel pericoloso dogma che sono nati l’Italicum e quel disegno pasticciato ed eversivo chiamato riforma: la democrazia è sopraffazione, decido io e basta, io ho vinto e tu hai perso e in quanto perdente non hai diritto di dirmi cosa fare né di controllarmi. Ma per il 60% degli italiani No.

In appena dieci anni, sempre su imposizione della minoranza al governo, sono state approvate due riforme costituzionali fin troppo identiche tra loro, entrambe rigettate dal popolo sovrano con un secco ed inequivocabile No.
La Berlusconi-Bossi (53 articoli, cioè un’altra Costituzione) aveva almeno il pregio della chiarezza instaurando esplicitamente un premierato, la Boschi-Verdini (47 articoli, un’altra Costituzione pure questa) al contrario avrebbe aumentato i poteri del governo e del premier surrettiziamente, attraverso un sotterfugio, e privando il Senato e il Parlamento di qualsiasi potere di controllo sull’esecutivo. Ora è arrivato il momento di attuare la Costituzione anziché scaricare su di essa i fallimenti e le colpe della classe politica, posto che alcuni piccoli ritocchi sono possibili e ampiamente condivisi. La riduzione del numeri del parlamentari (cioè anche dei deputati, non solo dei senatori, fatta a casaccio) e la titolarità del rapporto di fiducia che potrebbe essere un’esclusiva della Camera; in alternativa basterebbe inserire l’istituto della sfiducia costruttiva che ha già dimostrato la sua efficacia in altri ordinamenti garantendo governi stabili (vedesi la Germania).

Interventi mirati, razionali e condivisi così come chiede l’articolo 138 sono possibili. Scassinare la Costituzione incasinando l’iter legislativo e accentrando i poteri in capo allo Stato e al governo a discapito delle autonomie locali e del Parlamento non è quello che vogliono i cittadini.

Evviva l’Italia. Evviva la nostra Costituzione repubblicana.

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