La Costituzione è NOstra

Queste sono solo alcune di quelle tante persone che in questi mesi hanno profuso il loro impegno civile in difesa della Costituzione nella maturata convinzione che il cambiamento proposto dalla riforma è in assoluto peggiorativo.

Pietro Spataro, giornalista ed ex vicedirettore de l’Unità:

“Ho visto che il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha alzato il tiro e ha deciso che il 4 dicembre non fosse più il giorno di un referendum ma il giorno del giudizio: su di lui, sul governo, sul futuro, sul passato, diciamo uno spartiacque tra il Bene e il Male, e il Bene ovviamente era identificato con la sua persona. A un certo punto ti confesso che, preso da quel fottuto senso di responsabilità che noi ex comunisti abbiamo nel sangue, ho anche tentennato. Nonostante ritenessi profondamente sbagliata quella riforma costituzionale, ho pensato che sì, è fatta male, è confusa, ha molti difetti, può anche creare qualche grave cortocircuito, però la destra, Grillo, i populisti, Orban, la Brexit ecc… Ci ho riflettuto a lungo. Mi sono tormentato. Ma alla fine ho deciso che era un modo del tutto sbagliato e anche un po’ ricattatorio di estorcere il mio sì su una materia cosi delicata come quella costituzionale. Ho pensato tra me e me che i costituenti, quelli che hanno scritto la nostra Carta, non sarebbero stati contenti se io avessi deciso sull’onda di un’emozione extracostituzionale piuttosto che nel merito costituzionale.”

Don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione Libera contro le mafie

“La democrazia, con il suo sistema di pesi e contrappesi, di divisione e di controllo dei poteri, rappresenta un ostacolo per il pragmatismo esibito da certa politica come segno di forza. Le richieste di delega, la sollecitazione a fidarsi delle promesse e degli annunci, l’ottimismo programmatico, così come l’accusa di disfattismo o di malaugurio (il ‘partito dei gufi’) verso chi critica o solo esprime perplessità, rivelano una concezione paternalistica e decisionista del potere, dove lo Stato rischia di ridursi a una multinazionale gestita da super manager e il bene comune a una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi.”

Ugo De Siervo, costituzionalista, accademico, giudice della Corte costituzionale dal 2002 al 2009 e presidente emerito della stessa:

“Noi di mestiere facciamo i professori di diritto costituzionale, altri hanno fatto i magistrati di carriera, poi molti di noi si sono ritrovati alla Corte Costituzionale, abbiamo dovuto farla rispettare, quindi abbiamo seguito con attenzione quello che avveniva intorno alla revisione della Costituzione sulla base della nostra esperienza, ahimé noi siamo mediamente dei riformatori che non hanno paura che la Costituzione possa essere adeguata o cambiata. Però seguendo i lavori, leggendo i documenti ecc, ci siamo un po’ spaventati, perché c’è molta improvvisazione, molti punti che non tornavano, molte norme ambigue, molte lacune e allora abbiamo detto: attenzione qui stiamo discutendo di modificare più di 40 articoli della Costituzione repubblicana, quindi, voglio dire, un pezzo grosso. Ma vale la pena di modificarla radicalmente? Stiamo attenti a non introdurre situazioni che per rimediare ad alcune cose combinano guai maggiori e più diffusi. Siamo persone che hanno una certa esperienza, che hanno studiato e che hanno fatto anche i giudici. Io insisto su questo, il giudice sa che per tre paroline scritte in un modo o nell’altro si dà ragione all’uno o all’altro. Quindi siamo molto attenti non a quello che può essere la Costituzione ma a quello che è.”

Fernanda Contri, giurista, magistrato, costituzionalista e giudice della Corte costituzionale dal 1996 al 2005:

“La riforma costituzionale, abbinata alla nuova legge elettorale – l’Italicum – consegna al partito più votato (per ipotesi, dopo il primo turno in cui nessuno raggiunge il 40%, vince un partito al 29%) il 54% dei parlamentari della Camera, conferendo di fatto a tale partito e al suo leader un potere smisurato alla luce della riduzione dei poteri del Senato e del numero dei suoi membri. Sembra che non siano stati studiati gli opportuni contrappesi e sia stata sottovalutata la questione della divisione dei poteri.”

Luigi Ferrajoli, giurista, ex magistrato e professore emerito di Filosofia del diritto:

“L’aggressione ai diritti fondamentali, e in particolare ai diritti sociali – alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla sussistenza – potrà avvenire, come l’esperienza insegna ma come avverrà assai più agevolmente con questa nuova costituzione, anche senza alterare la prima parte del testo costituzionale. E’ infatti la ‘governabilità’, ripetono i sostenitori del SI, la grande conquista realizzata da questa riforma. Riservando la fiducia al governo alla sola Camera, nella quale la maggiore minoranza avrà automaticamente la maggioranza assoluta dei seggi, la sera delle elezioni sapremo non solo chi ha vinto, come ripetono i sostenitori della riforma, ma anche chi sarà il capo che ci governerà per cinque anni, senza limiti, né controlli né compromessi parlamentari.”

Salvatore Settis, archeologo e storico, direttore dal 1999 al 2010 della Scuola normale superiore di Pisa:

“Perché dobbiamo giocare al ribasso nel momento in cui dobbiamo cambiare la Costituzione che è la carta fondamentale dello Stato? La Costituzione non deve essere qualcosa, deve essere tutto. La differenza più sostanziale è che alla Camera dei deputati resta un meccanismo elettivo, sia pure con un alto numero di ‘nominati’, mentre al Senato si accede per nomina dei Consigli regionali e non per elezione: e questo ormai lo sanno tutti. Meno noto è il fatto che per essere deputati bisogna avere almeno 25 anni (art. 56), mentre per essere senatori, secondo la nuova Costituzione se approvata, ne bastano 18 (l’art. 58 della Costituzione vigente, che fissava il limite di 40 anni, è integralmente abrogato).”

Valerio Onida, costituzionalista, accademico, giudice della Corte costituzionale dal 1996 al 2005 e presidente emerito della stessa:

“I punti più critici a mio parere sono due. Il primo è la disciplina del bicameralismo. Partita da un’idea che considero in sé buona, e cioè quella di dar vita a una seconda Camera rappresentativa delle Regioni, sul modello tedesco, la riforma la attua male. Il modo in cui il nuovo Senato sarebbe composto non è conforme a questa intenzione. I rappresentanti delle Regioni, eletti indirettamente, andrebbero infatti a Palazzo Madama a titolo individuale, senza vincolo di mandato, e quindi esprimendo posizioni politiche di partito e non la voce delle istituzioni territoriali che dovrebbero rappresentare. Inoltre, il nuovo Senato non avrebbe competenze significative proprio sulla legislazione che più interessa da vicino le Regioni. Aggiungo anche lo squilibrio numerico tra le due Assemblee, 630 deputati contro 100 senatori, che determina la preponderanza della Camera in momenti importanti come l’elezione del presidente della Repubblica (che oggi spetta al Parlamento in seduta comune  integrato da delegati regionali). Ancora, il fatto che i cinque senatori nominati dal Quirinale restino in carica per soli sette anni, cosa che non ha molto senso trattandosi di nomine per altissimi meriti. Ecco, il modo in cui il nuovo Senato e le sue funzioni sono costruiti è secondo me molto criticabile”.

Francesco Pallante, costituzionalista e accademico:

“Chi davvero è preoccupato che le elezioni possano essere vinte da una forza politica che reputa pericolosa (quale essa sia), chi davvero teme il ripetersi in Italia di un caso Trump, non può far altro che votare No, perché il No è l’unica garanzia che, anche se dovesse vincere il peggior politico del mondo, chi accede al potere non si troverà in condizione di poter fare quello che vuole.”

Paolo Flores d’Arcais, filosofo e pubblicista, direttore della rivista Micromega:

“La sua controriforma (chiamiamola col vero nome) cambia 47 articoli su 139, rappresenta una nuova Costituzione, con carattere spiccatamente oligarchico, non solo per lo strapotere dell’esecutivo ma per l’abrogazione di fatto di ogni potere di controllo (magistratura, ‘authorities’ di garanzia, autonomie culturali, ecc.). Infatti, insieme alla nuova legge elettorale (è lo stesso Renzi ad aver presentato le due cose come complementari), se passa la controriforma della Costituzione il partito di maggioranza nominerà a propria immagine il Presidente della Repubblica (e potrà facilmente metterlo sotto accusa se non obbedisce), la Corte Costituzionale, tutte le ‘authorities’, il Consiglio Superiore della Magistratura (da cui dipendono tutte le nomine nelle Procure e nei tribunali), e accentrerà senza più contrappesi il potere sui beni culturali e ambientali, trasformandoli in ‘risorse economiche’ e niente altro, come già sta facendo.”

Tomaso Montanari, storico dell’arte e accademico:

“Stiamo rottamando gli spazi di democrazia per risparmiare la miseria di 50 milioni di euro l’anno, questa l’unica cifra disponibile, stimata dalla Ragioneria Generale dello Stato in una nota del 28 ottobre 2014! Cinquanta milioni equivalgono a quanto spendiamo ogni giorno (non ogni anno!) in spesa militare, ad un terzo del costo dell’aereo voluto dal presidente del Consiglio, a meno di una sesto della somma che ogni anno devolviamo ai vitalizi degli ex consiglieri regionali! Bisognerebbe chiedere al governo perché non li chiede a Marchionne questi soldi. Ma Marchionne vota Sì. […] L’Italicum non lo cambieranno mai se vince il Sì. E comunque, se basta una pessima legge elettorale a rendere pericolosa una Costituzione, stiamo dicendo che una pallottola rende pericolosa una pistola. Ma non basta togliere la pallottola dalla canna perché chiunque ce la può rimettere con estrema facilità negli anni e nei mesi futuri. Carica o scarica, non vogliamo una pistola puntata alla tempia della democrazia italiana. No perché se vincesse il Sì la scelta dei nuovi senatori sarebbe totalmente rimessa nelle mani dei partiti, anzi dei capi dei partiti. Ma tra le materie su cui dovrà legiferare questo Senato dei partiti c’è anche la Costituzione stessa e allora ad essere messo in discussione è addirittura l’articolo 1: ‘La sovranità appartiene al popolo’. Se infatti d’ora in poi i nostri diritti fondamentali potranno essere cambiati da un’assemblea non eletta dal popolo, dov’è la nostra sovranità? No perché se vincesse il Sì il nuovo titolo V della Costituzione metterebbe nelle mani di pochissimi, cioè del governo centrale, le decisioni cruciali sul consumo del suolo e sulle grandi opere. In Costituzione su cui dovremo votare c’è scritto che l’interesse strategico nazionale non è, come tutti noi pensiamo, l’unica grande opera utile: la rimessa in sesto del territorio, la prevenzione antisismica. Ma cemento, cemento e ancora cemento. Un cemento fatto nell’interesse di pochi.”

Alfiero Grandi, sindacalista:

“Non è vero che il governo non aumenta i suoi poteri perchè se passa la modifica della Costituzione decide il calendario della Camera attraverso le leggi che dichiara importanti, che debbono essere approvate in 70 giorni e che si aggiungono all’attuale abuso dei decreti legge. Inoltre se il governo dichiara un’opera o un altro intervento di interesse nazionale in pratica annulla i poteri delle regioni e dei comuni. Un potere assoluto che si aggiunge alla sottrazione dei poteri operata dal nuovo 117 della Renzi-Boschi, senza peraltro riuscire ad eliminare il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. La futura Camera dei deputati avrà una maggioranza di 340 deputati, identica a quella attualmente raggiunta grazie al porcellum, i suoi componenti saranno nominati dal capo partito per almeno i 2/3 e tutti quelli entrati con il premio di maggioranza dovranno la loro elezione all’uomo solo al comando, il risultato è evidente: subalternità dei deputati al governo. Parlamento al rimorchio del governo e del Presidente del Consiglio.”

Umberso “Eros” Lorenzoni, partigiano, commissario di battaglione nella Divisione partigiana “Nino Nannetti”:

“C’è chi sostiene che l’età della Costituzione legittimi un intervento di ammodernamento. Lasci che rispondano gli americani con una costituzione settecentesca o gli inglesi con la Magna Charta. Non si fa una Costituzione cambiando oltre 50 articoli a colpi di fiducia con un parlamento che, dopo l’incostituzionalità del Porcellum, avrebbe dovuto solo riscrivere la legge elettorale e restituire la parola ai cittadini. Riforme come l’Italicum, approvato con 3 fiducie, sono il brodo di coltura del germe dell’autoritarismo che ha portato al fascismo. Attenzione, non do a Renzi del fascista, ma dico che, magari in buona fede, sta portando il Paese verso l’autoritarismo e da lì il salto è breve. Il metodo ci ricorda l’approvazione della legge Acerbo del 1924.”

Gherardo Colombo, ex magistrato del Pool di Mani Pulite:

“Il sistema complessivo della riforma costituzionale e della riforma elettorale per la Camera porterà a quella consolidazione di potere che è esattamente il contrario di quello che la nostra Costituzione vorrebbe. Non mi interessa se il presidente del Consiglio Renzi si dimetterà o no dopo il referendum di ottobre. Quello che mi sta a cuore, è la costruzione della riforma costituzionale: una riforma che non mi convince, e per questo voterò No.”

Michela Murgia, scrittrice:

“Appena ho letto la riforma della costituzione presentata dalla ministra Boschi, ho deciso che avrei votato NO. Al di là delle singole modifiche, i cui pasticci nella teoria e le cui conseguenze nella pratica sono state indicate già dai migliori costituzionalisti, voterò NO perché da cittadina mi ripugna il pensiero di fondo che si annida nel cuore stesso della riforma: che la governabilità (o stabilità) sia un valore inversamente proporzionale alla partecipazione. Rendendo il senato ineleggibile, triplicando le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare, abbassando il quorum solo se aumentano del 60% le firme per i referendum abrogativi e inserendo la clausola di supremazia, il governo Renzi ci sta dicendo: ‘Più diventa difficile per i cittadini partecipare alle decisioni e meno sono gli organismi di loro rappresentanza, meglio governiamo’.”

Vittorio Angiolini, costituzionalista e accademico:

“Questa riforma non funziona. Non funzionerà il procedimento legislativo perché si complicano le rispettive funzioni di Camera e Senato rimettendo poi tutto al giudice costituzionale, non funzionerà l’elezione del Presidente della Repubblica che potrà essere eletto a colpi di maggioranze esigue e volatili. Questa è una riforma che mette in pericolo l’equilibrio costituzionale esistente.”

Alessandro Gilioli, giornalista del settimanale l’Espresso:

“Il 4 dicembre andiamo a votare sul Senato ma dando una delega in bianco ai partiti per fare una legge su come saranno scelti i senatori tra gli eletti enti locali. Senza cioè sapere se, per decidere quali consiglieri/sindaci potranno sedere a Palazzo Madama, i cittadini verranno consultati o no. La formula «in conformità alle scelte espresse dagli elettori» lascia aperta infatti molte possibilità, in un senso o nell’altro. In sostanza, andiamo a votare sul nuovo Senato senza sapere se e in che misura potremo scegliere i senatori. […] Non è costituzionalmente un referendum su Renzi: nessuno lo obbliga a dimettersi se vincono i no. Quello che sta facendo il premier è quindi un ricatto politico che distorce il voto su una cosa più importante di qualsiasi premier ‘pro tempore’, cioé la Costituzione. I premier passano, la Costituzione li trascende. In ogni caso, anche se Renzi si dimettesse, il presidente Mattarella potrebbe dare un altro incarico per terminare la legislatura, che del resto ha già avuto un altro governo con la stessa maggioranza prima che ci fosse quello di Renzi. Questo referendum è solo la scelta tra chi ritiene che la riforma Boschi sia migliorativa della Carta attuale e chi ritiene che sia peggiorativa. La formuletta mediatica ‘Italia dei sì contro Italia dei no’ è, di nuovo, svilente rispetto alla rilevanza della Costituzione, legge fondamentale del nostro vivere comune. Chi vota no ritiene che queste modifiche non siano migliorative ma (nel loro complesso e fatto il bilancio) prevalentemente peggiorative.”

Gaetano Azzariti, costituzionalista e accademico:

“Perché tanti fautori dell’attuale riforma si opposero allo stravolgimento della costituzione nel 2005? Solo perché a proporla erano le forze del centrodestra? Ovvero perché era una riforma anch’essa fortemente innovativa, e però di segno regressivo? Se – come dev’essere – è il senso del cambiamento che deve essere valutato e non certo la mera capacità di cambiare (in peggio) è chiaro che l’argomento di non riuscire più a modificare l’assetto costituzionale perde molta della sua forza. Ma poi è questa una previsione priva di riscontro storico. Se ci volgiamo al passato non può dirsi che dopo i fallimenti delle ‘grandi’ revisioni del testo costituzionale si sia arrestata la capacità dei parlamenti di modificare il testo costituzionale. Dalla riscrittura del Titolo V all’introduzione del pareggio di bilancio, non è mai mancata la spinta al cambiamento del testo costituzionale. E non sempre è stato in meglio.”

Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista, accademico, giudice della Corte costituzionale dal 1995 al 2004 e presidente emerito della stessa:

“Potrei chiedere a loro che ci guardano il leader politico che meno apprezzano e più temono, o magari più disprezzano, e immaginarci che questo leader politico, a valere della legge elettorale, abbia il premio di maggioranza e abbia una Costituzione, come dice il presidente del Consiglio, ‘veloce e semplificata’. In quel caso io francamente sono dell’idea dovremmo attrezzarci per avere delle garanzie, per avere un sistema bilanciato, cosa che non è più perché viene abolito il Senato, politico, quello che conosciamo, e sostituito da un Senato di composizione che forse dovremo esaminare. Si avrà un Parlamento, politico, la Camera dei deputati, formato con un premio di maggioranza che farà sì che quella maggioranza facilmente potrà avere il suo presidente della Repubblica, influirà sulla nomina dei giudici costituzionali. La resa delle istituzioni non dipende solo dai testi ma dalla quantità di elementi dentro i quali le istituzioni sono calate.”

Maurizio Viroli, professore emerito di Teoria della politica:

“Le leggi in Italia si approvano in tempi ragionevolmente brevi rispetto agli altri Paesi. Non solo. Ma l’inganno sta nel fatto che le leggi non devono essere approvate in fretta ma devono essere approvate bene. Il problema non è fare in fretta ma avere leggi che rispettano e recepiscono i diversi interessi bisogni nella società italiana cioè il bene comune, per questo ci vuole ponderatezza, ci vorrebbe riflessione, ci vuole tempo.
‘Bisogna cambiare la Costituzione per tagliare i costi della politica’ è un principio pericolosissimo, perché dove ti fermi? Tagli le istituzioni per risparmiare soldi. Allora perché non tagliamo anche un pochettino la Camera? Anzi togliamola di mezzo. E la Corte Costituzionale? Ma è uno spreco. E la Corte dei Conti? Tagliamo anche quella perché risparmiamo. Loro capiscono che non si possono cambiare istituzioni per soldi, questa è la mentalità dei servizi: io ti faccio risparmiare dei soldi ma ti tolgo il potere.”

Anna Falcone, avvocato:

“Il fatto che questa riforma costituzionale sia stata proposta dal governo è veramente all’origine di tutte queste disfunzioni: un esecutivo (di cui Renzi è responsabile) che si permette non di revisionare la Costituzione (così come previsto dall’articolo 138) ma addirittura di scriverla stravolgendola e toccando l’equilibrio di poteri e il loro principio di separazione. La Costituzione così cambia natura: le Costituzioni nascono proprio per limitare il potere esecutivo dandogli delle regole condivise da tutti per garantire che il potere esecutivo non venga attuato in maniera arbitraria ma in rispetto della sovranità popolare. La seconda parte sono le braccia e le gambe: se le tagli di fatto rendi impossibile la piena attuazione dei principi della prima parte. Attenzione: noi diciamo da tempo che la Costituzione è modificabile ma bisogna cercare di migliorare la Costituzione e il collegamento tra la prima e la seconda parte. Noi lamentiamo la mancata attuazione di alcuni articoli fondamentali. Molte modifiche (come la riforma del titolo V e l’introduzione del pareggio di bilancio) sono servite a travisare il senso dei principi fondamentali e di alcuni diritti garantiti.”

Antonio D’Andrea, costituzionalista e accademico:

“Avere approvato una nuova legge elettorale per la Camera dei deputati – l’Italicum – significa perciò aver necessariamente introdotto nell’ordinamento un fattore decisivo per l’andamento della forma di governo, che non solo interferisce con la riforma costituzionale volta ad eliminare il regime della ‘doppia fiducia’ con l’estromissione del Senato da qual circuito, ma che determina una nuova condizione ambientale per il sistema politico ben lungi dall’essere solido e sedimentato nonostante le logiche maggioritarie in vario modo sperimentate da oltre vent’anni. Tale innovazione legislativa, così come accadrebbe con altre soluzioni in materia, avrà ripercussioni certe sull’assetto costituzionale, formalmente rimasto di tipo parlamentare, ma che, secondo tendenze purtroppo già note, viene sviato attraverso la leva elettorale in una direzione che si potrebbe dire extraparlamentare, e cioè l’investitura popolare congiunta di un leader e della ‘sua’ maggioranza, chiamati a governare in senso lato e più precisamente a decidere tutto, imponendo dunque la politica nazionale.”

Enzo Cheli, costituzionalista, giudice della Corte costituzionale dal 1987 al 1995 e vicepresidente emerito della stessa:

“La scienza costituzionale e l’esperienza storica insegnano che quando si affronta una riforma costituzionale, non di dettaglio ma di vasto impianto, occorre tener conto almeno di due premesse.
La prima premessa è che le Costituzioni sono congegni delicati che vanno trattati con molta cura dal momento che servono tenere unito il tessuto sociale di un Paese per un lungo arco di tempo, impegnando non una, ma più generazioni. Per questo si dice che le Costituzioni, più che nella politica, affondano le loro radici nella storia delle società che sono chiamate a regolare. La seconda premessa è che le Costituzioni, dal momento che sono destinate a definire, oltre che le basi della convivenza sociale, anche le regole fondamentali del gioco politico, per reggere la prova del tempo devono risultare condivise se non da tutti quanto meno dal numero più alto possibile dei giocatori in campo. […] C’è poi una terza parte, a mio avviso decisamente negativa che va contrastata, riguarda proprio la riforma del Senato, la struttura, in modo particolare il funzionamento del Senato, degradano questo organo da livello parlamentare a un livello che non è più costituzionale e squilibrano molto il bicameralismo. Ancora più negativa è la previsione del nuovo procedimento legislativo con 9 articolazioni diverse e questo può dar luogo veramente a un risultato opposto a quello che si vuole perseguire. Si è dichiarato che si voleva semplificare il sistema, sul procedimento legislativo si è complicato il sistema.”

Alessandro Pace, costituzionalista e professore emerito di Diritto costituzionale:

I punti controversi sono molti. Innanzitutto il ddl Renzi-Boschi nega l’elettività diretta del Senato, ancorché gli venga contraddittoriamente ribadita la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contropoteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sette/otto tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; sottodimensiona la composizione del Senato (100 contro 630) rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune relative alla elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM. Mentre per quanto riguarda i giudici della Corte costituzionale ne attribuisce irrazionalmente tre ai 630 deputati e addirittura due ai 100 senatori con non un nascosto intento di poterli facilmente far rientrare nel novero delle competenze del Governo. Leopoldo Elia, autorevolissimo costituzionalista spesso ricordato dallo stesso ex Presidente Napolitano, precisò, in maniera definitiva, che si ha elezione indiretta «in senso proprio» solo quando siano previsti a tal fine dei «grandi elettori», come appunto accade in Francia dove il popolo elegge 150 mila «grandi elettori» che a loro volta eleggeranno  349 senatori. Affermare che il popolo italiano eleggerebbe indirettamente il Senato perché i consigli regionali, eletti  dal popolo, eleggerebbero a loro volta i senatori, è quindi una vera baggianata. È come dire che il popolo italiano elegge il Presidente della Repubblica perché il Presidente viene eletto da Camera e Senato, che sono eletti dal popolo. Si tratta di una analogia superficiale e, come tale, giuridicamente improponibile.”

Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza politica:

“Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Sono stati chiamati in causa i comunisti: Enrico Berlinguer, Nilde Iotti, Pietro Ingrao, tutti impertinenti sostenitori ante litteram. Nessuno dei tre dirigenti del PCI può difendersi, ma come si fa a pensare che: 1) l’abolizione del bicameralismo abbia qualche attinenza con la riforma Renzi-Boschi?; come si fa a credere che 2) avendo tutt’e tre in maniera diversa espresso l’opinione che il bicameralismo italiano poteva essere riformato l’avrebbero fatto, qui sta, enorme, il discorso/confronto sul merito, allo stesso modo di quel che ha fatto il governo attuale? Infatti, punto che sfugge a tutti i sostenitori del sì, Berlinguer, Iotti e, soprattutto, Ingrao avrebbero guardato al contesto. Però, il quesito lancinante è: dovremmo andare adesso subito a rivedere che cosa hanno detto quei Costituenti, a re-interpretare quelle culture politiche e costituzionali? Non era il caso di farlo prima di scrivere le riforme?”

Lorenza Carlassare, costituzionalista e professoressa emerita di Diritto costituzionale:

“Loro ammettono che questa riforma non è perfetta ma sostengono che è da approvare assolutamente, invece di parlare dei contenuti. Io critico il bicameralismo paritario ma se deve essere cambiato in peggio, allora lasciamolo così. Il fatto è che il senso di tutta questa operazione è togliere la voce al popolo. Con un Senato non più elettivo e una legge elettorale per la Camera che non riproduce gli orientamenti del popolo ma ne deforma l’esito, sia Parlamento che governo e organi di garanzia finiscono in mano a un piccolissimo gruppo. Sull’abolizione del bicameralismo perfetto erano d’accordo tutti. Bastava fare una riforma circoscritta, non c’era bisogno di sfigurare la Costituzione. Fra l’altro, una delle ragioni della riforma del bicameralismo perfetto era la semplificazione delle procedure: semplificazione che non c’è stata, semmai si è complicato e confuso il procedimento legislativo. Per alcune leggi il Senato interviene, per altre no. Per alcune il Senato vota, ma poi la Camera con maggioranze diverse deve tornare sul testo del Senato. Tutto irrazionale. Il vero dato è che la composizione del nuovo Senato – della quale abbiamo già detto molto nei mesi scorsi – lo rende agevolmente controllabile. Le riforme vanno tutte nella stessa direzione: pensi alla Rai.
Nessuno difendeva il bicameralismo paritario, l’accordo sulla modifica era praticamente unanime. Bastava procedere seguendo le vie indicate dalla Costituzione, dopo una riflessione approfondita e un confronto serio tra le diverse posizioni per giungere al risultato condiviso richiesto dall’articolo 138. Le Costituzioni sono fatte per durare, non le si può cambiare secondo gli umori della maggioranza, la quale può esprimere, legittimamente, il proprio indirizzo politico nelle leggi, non nella Costituzione che è di tutti.”

Questa è la riforma:

no

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