Senza paura

Indipendentemente dal nostro personale giudizio sull’elezione di Trump e sulla Brexit credo sia evidente che l’unico effetto prodotto da entrambe le consultazioni popolari sia l’irrisione generale di chi, come il Financial Times e soci, paventava l’apocalisse in caso di esiti a loro scomodi.

Il giorno dopo l’elezione di Trump le borse hanno ballato, ma il temuto tumulto è durato appena 24 ore, poi i mercati si sono riassestati recuperando le perdite. “Stavamo scherzando”, insomma. I reali effetti potranno essere valutati se e quando verranno attuate le politiche di Trump, e tutto dipenderà dalla volontà del Congresso.

In caso di Brexit dicevano che sarebbe crollata La City, le banche avrebbero fatto i bagagli verso lidi migliori e la disoccupazione avrebbe raggiunto livelli record. In poche parole il Regno Unito sarebbe diventato la nuova Atlantide. Chiaramente nulla di tutto questo si è poi manifestato, nemmeno la “sfiducia del mercati”, e semplicemente perché andranno tirare le somme solo se e quando il Regno Unito uscirà dal mercato comune. Se il Parlamento britannico ratificherà l’uscita dall’Unione europea potrà comunque aderire all’Associazione europea di libero scambio (AELS) e allo Spazio economico europeo, accordi che consentono ai paesi che non fanno parte dell’Unione europea di partecipare al mercato comune.
Le variabili sono molte e ad oggi ogni considerazione è classificabile tra gli oroscopi.

In occasione del referendum greco i toni erano ancora più aspri e violenti e se la situazione in Grecia non migliora è a causa di una ricetta sbagliata, la stessa bocciata dai cittadini con un secco ed inequivocabile OXI.

Quelle erano vere e proprie indicazioni di voto, con tanto di minacce: “Fai come dico io oppure preparati alla miseria”. Le medesime rivangate oggi a noi italiani, ancora più grottesche e surreali considerato che da noi il voto riguarda la Costituzione, estranea a qualsiasi fattore economico. Evidentemente, hanno ancora un briciolo di credibilità da perdere. Addirittura a causa del referendum sarebbero a rischio otto banche, quelle che il governo si vantava di aver già salvato, tra l’altro. Quale criterio ci sia dietro queste sirene che preludono al disastro nessuno lo sa.

Se il nostro sistema bancario ha accumulato 360 miliardi di crediti deteriorati è a causa di fattori prettamente circoscritti agli italici confini, nonché alle decisioni del governo e di chi amministra la banca, entrambe chiaramente sbagliate. Sarebbe bello ululare anche in questo caso contro l’Europa, il surplus commerciale della Germania oppure i “populismi”, ma la responsabilità è solo nostra.

Francesco Cancellato riassume bene l’opera teatrale: “Se decidi di ricapitalizzare per 5 miliardi una banca come il Monte dei Paschi di Siena che oggi vale 700 milioni, che è già passata da tre aumenti di capitale e che è piena come un uovo di sofferenze bancarie, anche un raffreddore dell’amministratore delegato potrebbe rendere tutto più complicato. Forse il problema è la banca, non il referendum”.

“La verità – scrive Emiliano Brancaccio – è che le misure adottate finora dal governo sono state del tutto inadeguate, e persino controproducenti. Il caso Montepaschi è un esempio emblematico. Matteo Renzi avrebbe dovuto finalmente avviare la ricapitalizzazione pubblica della banca, come in questi anni si è fatto innumerevoli volte nel resto del mondo, dagli Stati Uniti alla Germania. […]
Invece, riesumando una stantia retorica liberista, il Premier ha voluto imporre una sgangherata ‘soluzione di mercato’: vale a dire, trovare investitori privati disposti ad acquistare la banca a prezzi di saldo. Questa iniziativa non sta funzionando, per usare un eufemismo. Nello scenario attuale, chi detiene ingenti capitali prevede ulteriori cali dei prezzi e magari svalutazioni incontrollate, che permetterebbero di fare incetta delle banche dei paesi in difficoltà a prezzi ancor più scontati. Ecco perché è così difficile trovare oggi degli acquirenti privati. L’unica certezza della ‘soluzione di mercato’ è che anche nel caso in cui essa fallisca Montepaschi dovrà comunque pagare laute commissioni a JP Morgan, la banca d’affari a cui Renzi ha affidato la gestione dell’operazione.
La linea d’azione del governo aiuta dunque a stabilizzare il sistema bancario nazionale? Chi lo sostiene è un bell’incosciente. O forse ha interessi in gioco”.

Minacciare un governo tecnico è un’altra bugia nera, chi lo dice offende la nostra intelligenza. Chi dà indicazioni di voto per mezzo di minacce e ritorsioni è un gran contafrottole, oltre che un irresponsabile. Qualsiasi governo, anche quello tecnico, per potersi insediare necessita della fiducia del Parlamento, dove una maggioranza c’è già e potrebbe continuare anche con un altro premier. Se Renzi decidesse di andarsene sarà per una sua personale scelta. Certamente non potrebbe portarsi dietro tutti i parlamentari al governo. D’altra parte basta guardare la composizione di questo governo: la maggioranza che sostiene Renzi è la stessa maggioranza guidata dal suo predecessore, Letta.

Andare al voto, poi, non sarebbe materialmente possibile perché l’Italicum vale solo per la Camera, senza una nuova legge elettorale non sarà possibile eleggere il Senato.

In ogni caso sciogliere le Camere è una prerogativa del presidente della Repubblica, il premier non ha questo potere, e prima di indire nuove elezioni si procederebbe a dar vita ad una “nuova” maggioranza, necessaria per scrivere, appunto, una nuova legge elettorale, stavolta magari condivisa.

Oggi secondo la narrazione l’uomo della provvidenza è Renzi anche se Letta era l’ultima spiaggia e Monti prima di lui. Nonostante iatture e sventure che ci hanno tirato contro siamo ancora qui a dimostrazione di quanto sia strumentale il terrorismo mediatico.

I governi passano, la Costituzione resta.

Abbiamo tutto il diritto di esprimere il nostro voto in piena consapevolezza e liberi da ricatti, sarebbe ora di smetterla con la infondata propaganda della paura.

A chi ha avuto la pazienza di scorrere fin qui consiglio la lettura di questo post del prof. Maurizio Viroli, di cui riporto un estratto:

“Non sta scritto da alcuna parte che i capi dei governi di paesi democratici a economia di mercato non possano e non debbano sottrarsi ai loro comandi. Nel 1936, in piena campagna elettorale, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt disse di essere consapevole che i monopoli della finanza lo odiavano, e aggiunse: ‘I welcome their hatred’ (‘ben venga il loro odio’) e tirò dritto con le sue politiche del New Deal che permisero agli Stati Uniti di uscire dalla tremenda crisi economica del 1929. Da queste parti di leader politici del calibro di Roosevelt non se ne vedono. […]

Ma proprio lo spirito nazionale bene inteso impone di prendere posizione netta e operare con tutte le proprie forze per il no, se si crede in coscienza che la vittoria del sì devasti la Costituzione. C’è forse un bene comune più alto della Costituzione? […]

AFFERMARE il diritto e dovere dei popoli di scegliere la propria Carta contro i potenti stranieri non è nazionalismo, ma quel sano amor di patria di cittadini che pretendono rispetto e non tollerano di essere trattati come bambini da potenti che traggono la loro potenza dal denaro. E lasciamo stare la fandonia che la vittoria del no danneggerebbe l’Europa. Sono i politici da barzelletta sempre pronti a fare quello che vogliono i mercati che stanno distruggendo l’ideale europeo. Quell’ideale, vale la pena ricordarlo, era di un’Europa di popoli”.

Leggi anche Quindici ragioni per cui votare No (e sono anche poche)Mamma, li turchi! e La Costituzione è NOstra.

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