Banchieri costituenti

“Possiamo impedire di leggere: ma nel decreto che proibisce la lettura si leggerà pur qualcosa della verità che non vorremmo venisse mai letta”.

Oggi il “decreto” richiamato da Calvino corrisponde alle accuse, mosse non senza una vena isterica rivelatrice, di complottismo e paranoia verso chiunque osi anche solo sussurrare dell’ormai noto documento della banca J.P. Morgan datato 23 maggio 2013.

“I sistemi politici nelle periferie mostrano parecchie delle seguenti caratteristiche: esecutivi deboli; stato centrale debole nei rapporti con le regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi di consensi basati sul clientelismo; e contemplano il diritto alla protesta contro i cambiamenti allo status quo politico. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia) […] Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica […] Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.

In buona sostanza: la banca responsabile della crisi scatenata nel 2008 dice ai Paesi più colpiti da quella crisi come devono comportarsi. E il problema, secondo la banca, sono le Costituzioni antifasciste troppo democratiche che riconoscono ai popoli troppi diritti.
J.P. Morgan, va ricordato, a seguito di una condanna ha patteggiato nel 2013 un accordo da 13 miliardi di dollari.

Conclude la banca: “Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche”.

Passato un mese, precisamente il 10 giugno 2013, Napolitano spinge sull’acceleratore e gli scassinatori in Parlamento guidati da Letta, contrariamente agli slogan sulla “lentezza”, approvano in appena quattro mesi tre letture per la modifica all’articolo 138, la norma che fissa rigide procedure e tempi per le modifiche costituzionali. La riforma riguardava l’accorciamento da tre mesi a uno soltanto dell’intervallo intercorrente fra la prima e la seconda deliberazione delle camere sul testo della legge costituzionale. Fortunatamente quella riforma non è mai approdata in seconda lettura alla Camera e Letta, a dicembre, rinuncia alla deroga.

La riforma sulla quale siamo chiamati ad esprimerci a dicembre non è voluta da Renzi, che mai ne ha sentito l’urgenza giacché in campagna elettorale né al congresso del Pd l’ha mai prospettata agli elettori, ma di Napolitano. “Questa riforma è di Giorgio Napolitano”. E ancora: “Sono andato al governo su richiesta del presidente Napolitano”.

Quasi un anno dopo, il 1 aprile 2014, purtroppo non era uno scherzo, appare sul Corriere un articolo dell’accreditato quirinalista Marzio Breda, che nessuno ha mai smentito: “Ma una cosa il Capo dello Stato non la nega, nella nota del suo ufficio stampa: quella riforma per lui è importante, anzi ‘improrogabile’, dunque è positivo che ci si lavori subito, per mettere fine al bicameralismo paritario. L’ha detto in infinite occasioni, per dare una scossa contro ‘la persistente inazione del Parlamento’. Spiegando che ‘la stabilità non è un valore se non si traduce in un’azione di governo adeguata’ e associando quella riforma a quella del Titolo V della Carta e alla legge elettorale. A questo proposito basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J.P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indice nella ‘debolezza dei governi rispetto al Parlamento’ e nelle ‘proteste contro ogni cambiamento’ alcuni vizi congeniti del sistema italiano”.

Riassumendo: le più alte cariche della Repubblica hanno operato in maniera servile perché si passi da una forma di Stato e di governo scaturita dall’antifascismo a una plasmata sulle richieste delle grandi banche internazionali sacrificando la democrazia sull’altare di cartone della stabilità. Tutta “la genesi e il senso della riforma” sono riassunte in questo articolo di Franco Fracassi.

Quel memorandum era indirizzato anche al Portogallo, alla Spagna e alla Grecia, non solo all’Italia, ma tra tutti i Paesi destinatari noi siamo stati gli unici pigmei ad averlo recepito.

Il contenuto di quella lettera trova un preoccupante riscontro non solo nelle parole di Napolitano (primo sostenitore del pateracchio Boschi-Verdini-Alfano) e Renzi, che oggi, in un servizio del Tg5, ribadisce l’esigenza di un “governo forte, solido, tosto”, ma soprattutto nel testo della riforma.

Con la relazione introduttiva è il governo a spiegare quali sono gli obiettivi della riforma, perfettamente in linea con i dettami della banca: “Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”.

Passando al testo, la presenza di “esecutivi deboli” trova rimedio nel combinato tra la riforma costituzionale e la legge elettorale Italicum, di cui ho già abbondantemente scritto, riportando articoli e commi.
Una “maggiore integrazione dell’area europea” sarà garantita attraverso il riferimento esplicito all’Unione europea previsto in particolare dall’art. 70 e dal comma 1 dell’articolo 117.
La soluzione ad uno”Stato centrale debole nei rapporti con le regioni” la si trova nelle modifiche al titolo V, in particolare nell’articolo 117.

Per il resto, i diritti dei lavorati sono già calpestati, J.P. Morgan non ha di che temere. E una riforma come questa, che rafforza l’esecutivo e indebolisce il Parlamento (parola di Renzi), inevitabilmente intaccherà, più di quanto non avvenga già oggi, i princìpi stabiliti nella prima parte. Anche il diritto alla protesta garantito dalla nostra Costituzione, altro indicibile difetto secondo J.P. Morgan, è nei fatti già profondamente minato: si guardi, ad esempio, alle repressioni di chi manifesta contro il governo, messo a tacere con manganelli e idranti.

La verità è che la riforma sul piano procedurale non produce alcun tipo di semplificazione per il semplice motivo che l’attuale iter legis è chiaro e semplice. Al contrario il sistema verrà stravolto con dieci contorti meccanismi.
La semplificazione, confessa Luciano Violante, sostenitore del Sì, avverrà dal punto di vista decisionale – in base al secolare principio costituzionale “io so io, e voi non siete un c….” – perché l’unica Camera titolare dell’indirizzo politico e del rapporto di fiducia con il il governo sarà eletta col truffaldino premio dell’Italicum che gonfia una minoranza pari anche al 25% in una maggioranza assoluta. Attraverso l’istituto della decretazione d’urgenza blindato in Costituzione la falsa maggioranza avrà per di più il controllo permanente dell’agenda parlamentare.

Sempre per ammissione di Violante (al quale si può dire di tutto, ma non che provi repulsione nell’essere sincero) il problema italiano non è di natura istituzionale ma politico. Cioè dei politici arrivisti e incapaci voglio adattare la Costituzione ai loro vizi.

Ci dicono che il Senato sarà una camera rappresentanza degli interessi delle autonomie locali anche se la riforma poi afferma il contrario ricalcando la “ricetta J.P. Morgan”.

Le lettere v e z del comma 2 dell’art. 117 attribuiscono allo Stato il potere esclusivo di legislazione su due materie tipicamente regionali: la tutela dell’ambiente e del territorio. Su quelle materie che più interessano i territori proprio i diretti interessati, cioè i governi locali, nello specifico noi, che lì viviamo, non potranno più proferire parola. Chi decide se un’opera è strategica per lo sviluppo del paese? Lo Stato, per mano del governo, ossia la falsa maggioranza eletta con l’Italicum. Sulle poche materie ancora di competenza delle Regioni lo Stato potrà comunque imporre il suo volere attraverso la clausola di supremazia reintrodotta dal comma 4.

Il referendum sulle trivelle non era, come recitava la vulgata, un “capriccio” delle Regioni. Fu indetto perché la Corte costituzionale riconobbe che lo Sblocca Italia aveva calpestato il parere delle autonomie locali. Questo con la riforma non sarà più possibile in quanto lo Stato sarà l’unico ex lege a poter decidere.
La consultazione era importante non solo per tutelare l’ecosistema marino dalle eccessive trivellazioni (tra l’altro con controversi metodi di estrazione) ma anche per non continuare a svendere per pochi spiccioli le nostre riserve di idrocarburi alle multinazionali. Scrisse Enrico Verga, giornalista de Il Sole 24 Ore: “Curioso notare come, dati alla mano di una analisi di Ernst & Young, l’Italia sia tra le nazioni con le royalty più basse nel mondo. Cioè, già non abbiamo molte risorse energetiche (in proporzione al mondo) e in più le svendiamo? Sono un poco perplesso da questa strategia che dovrebbe ‘incentivare le estrazioni di risorse scarse'”.

Il gasdotto Tap è stato oggetto di blocchi e ritardi non a causa di infondate prese di posizione dei governi locali ma perché dovrà sorgere su una delle più belle coste dell’Italia e dell’Adriatico. Parte della zona in questione – 13 km di spiaggia – fu chiusa a marzo 2014 dalla Capitaneria di Porto a causa di un’erosione. Un altro punto oggetto di controversie è l’utilità dell’opera nel lungo periodo: tra soli 50 anni il gasdotto non servirà più, quindi pare giusto domandarsi se effettivamente valga la pena stravolgere in maniera così pesante il territorio (per dare un’idea: solo la centrale di depressurizzazione occuperà lo spazio di 12 ettari). Al parere contrario del comitato No Tap (composto anche dai Comuni) si unì quello della Regione Puglia, dell’Autorità di Bacino e della Lega italiana per la lotta contro i tumori.
La valutazione ESIA fornita dal Tap quattro anni fa è talmente approssimativa da essere stata smontata punto per punto con un rapporto di 15 pagine del WWF.
Il 6 novembre scorso la Commissione europea avvisava che l’Italia “non è ancora in grado di valutare le misure previste per i problemi di impatto ambientale a seguito della realizzazione del Tap, perché il governo italiano non ha ancora presentato il proprio programma di misure così come richiesto dalla direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino (Msfd)”. La direttiva – precisava la Commissione europea – “prende in considerazione gli impatti delle attività umane sull’ambiente marino e impone agli Stati membri di elaborare strategie, nonché misure, per attenuarli”. Oltre a questo, è stato sottolineato che “l’impatto ambientale relativo alla realizzazione del Tap, dovrebbe essere valutato nell’ambito della direttiva sulla Valutazione d’impatto ambientale (Via) e che nell’effettuare tale valutazione, l’Italia dovrebbe anche tener conto del nuovo Piano paesaggistico pugliese (Pptr)”.

Un altro esempio. Il progetto del Tav, infrastruttura dichiarata a più riprese di fondamentale importanza per proiettare il paese nel futuro, oggi è stato ridimensionato dopo aver devastato il territorio in nome del “progresso”.

Ad essere necessari, è evidente, sono maggiore riflessione e confronto, perché il nostro Paese nel legiferare non ha un deficit di velocità ma di qualità. Il ritornello governativo sta nell’importanza di cambiare (come se il cambiamento sia di per sé un miglioramento) per velocizzare i tempi ma le riforme approvate finora, dal Jobs Act alla Buona scuola, sono state tutte scritte e approvate velocemente ma con risultati neanche soddisfacenti. Ergo, velocità non è sinonimo di migliore.

Un domani, se il governo di turno decidesse di costruire il ponte sullo stretto o qualche inceneritore per ogni Regione, nessuno potrebbe più opporsi.

Lo scopo della riforma, come ammettono gli stessi promotori, è solo uno: cedere sempre più sovranità ad Istituzioni sovranazionali non democraticamente elette aumentando contestualmente i poteri del governo per legiferare senza ostacoli calpestando il Parlamento, i Comuni, le Regioni, le Città metropolitane (ex Province), le Soprintendenze. In generale, noi. Bisogna decidere, ripetono, ignorando però anche le ripercussioni negative sul sistema democratico. “Io so io, e voi non siete un c….”, per l’appunto.

E se un giorno arrivasse qualcuno a loro sgradito che per effetto dell’Italicum avrà una propria maggioranza monocolore e in forza di una Costituzione priva di contrappesi e garanzie potrà – come dicono i sostenitori del Sì – “decidere velocemente” infischiandosene di tutti gli altri, come la prenderanno?

Volendo riassumere la riforma userei le parole di Don Ciotti: “La democrazia, con il suo sistema di pesi e contrappesi, di divisione e di controllo dei poteri, rappresenta un ostacolo per il pragmatismo esibito da certa politica come segno di forza. Le richieste di delega, la sollecitazione a fidarsi delle promesse e degli annunci, l’ottimismo programmatico, così come l’accusa di disfattismo o di malaugurio (il ‘partito dei gufi’) verso chi critica o solo esprime perplessità, rivelano una concezione paternalistica e decisionista del potere, dove lo Stato rischia di ridursi a una multinazionale gestita da super manager e il bene comune a una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi”.

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