Senza paura

Indipendentemente dal nostro personale giudizio sull’elezione di Trump e sulla Brexit credo sia evidente che l’unico effetto prodotto da entrambe le consultazioni popolari sia l’irrisione generale di chi, come il Financial Times e soci, paventava l’apocalisse in caso di esiti a loro scomodi.

Il giorno dopo l’elezione di Trump le borse hanno ballato, ma il temuto tumulto è durato appena 24 ore, poi i mercati si sono riassestati recuperando le perdite. “Stavamo scherzando”, insomma. I reali effetti potranno essere valutati se e quando verranno attuate le politiche di Trump, e tutto dipenderà dalla volontà del Congresso.

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Mamma, li turchi!

Ora i sostenitori del Sì vogliono convincerci a sostenere la riforma al grido di “mamma, li turchi!”. Ma “li turchi” avranno carta bianca proprio grazie alla riforma.

Approvare la riforma temendo l’arrivo di Salvini (o chi per esso) è una contraddizione. È infatti l’attuale Costituzione, con i suoi contrappesi e le sue garanzie, a tutelarci da derive autoritarie.

Un esempio: l’articolo 64 modificato dalla riforma si limita a costituzionalizzare lo statuto delle opposizioni e demanda i poteri delle minoranze ad un regolamento da scrivere in futuro e che sarà approvato a maggioranza assoluta, quella maggioranza assoluta eletta con l’Italicum. Una maggioranza assoluta composta da un unico partito perché il premio andrà alla lista, non più alla coalizione tra diverse forze politiche. Cioè sarà la falsa maggioranza monocolore (pari anche al 25%, non essendoci un quorum al ballottaggio) a dire cosa possono o non possono fare le opposizioni. Continua a leggere “Mamma, li turchi!”

Quindici ragioni per cui votare No (e sono anche poche)

“Basta un Sì” è lo slogan principale del comitato pro riforma che, forse qualcuno non lo sa, è il comitato del governo, gestito dallo staff del premier Renzi, di chi la riforma l’ha scritta e ora la propaganda a pieni polmoni, insomma.

“Basta un Sì” per fare cosa, esattamente? Per “cambiare”, ripetono, altrimenti “resta tutto come ora”. Ma il cambiamento in astratto non esiste: può anche non essere buono e per questo, il cambiamento, bisogna contestualizzarlo valutandolo nel merito, non accettarlo a prescindere. Ergo, “cambiamento” non è sinonimo di “miglioramento”.
Nessuno di noi firmerebbe neanche un contratto telefonico sulla fiducia di chi ce lo sta vendendo.

Chi vuole mantenere, come recita il facile e fuorviante slogan, “tutto come ora” è perché ritiene, fatto il bilancio dopo aver letto la riforma, che il cambiamento prodotto sarà peggiorativo della situazione attuale. Perché, dunque, cambiare in peggio?

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Banchieri costituenti

“Possiamo impedire di leggere: ma nel decreto che proibisce la lettura si leggerà pur qualcosa della verità che non vorremmo venisse mai letta”.

Oggi il “decreto” richiamato da Calvino corrisponde alle accuse, mosse non senza una vena isterica rivelatrice, di complottismo e paranoia verso chiunque osi anche solo sussurrare dell’ormai noto documento della banca J.P. Morgan datato 23 maggio 2013.

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