I tombaroli

Il giochino, molto facile, ancor più meschino, è prendere a pretesto frasi dette in altra epoca, estrapolarle da contesti ampi, copiarle su una locandina, incollarci la faccia dell’autore e infine strumentalizzarlo per fini propagandistici.

E così Berlinguer, Ingrao, Iotti e addirittura il giudice Falcone, tutti accomunati dal fatto di non poter ribattere a chi gli infila giocoforza nella bocca ogni virgola di questa riforma, diventano fervidi sostenitori del Sì. Cioè: siccome in passato hanno proposto il superamento del bicameralismo paritario, qualsiasi riforma che sulla carta si pone questo obiettivo automaticamente diventa la riforma che loro volevano. Non lo dicono i grandi del passato, ma i piccoli tombaroli di oggi.

E poco importa se questa riforma tocca molti altri aspetti, non solo il bicameralismo: l’iter legis moltiplicato fino a dieci diversi meccanismi, la decretazione d’urgenza blindata in Costituzione, il metodo di elezione del capo dello Stato e della Corte costituzionale, la copertura costituzionale esplicitamente riconosciuta ai trattati dell’Unione europea, il ritorno indiscriminato al centralismo, la riduzione della partecipazione democratica, il suffragio indiretto (o cooptazione) del Senato.

Berlinguer, Ingrao e tutto il Pci erano per il monocameralismo, non un Parlamento composto da una Camera di 630 deputati affiancata da un Senato di 100 senatori (nominati e immuni, tra l’altro) che non esercita alcun potere di bilanciamento e controllo. Erano per il monocameralismo. Punto. Sostenuto da una legge elettorale proporzionale. In quegli anni si voleva infatti dare più potere al Parlamento – unica vera rappresentanza del Paese – e non renderlo ulteriormente subalterno al governo come si vorrebbe fare oggi.

Successivamente parte del Pds si espresse in favore di un Senato direttamente eletto dal popolo che avesse funzione di controllo e fosse rappresentanza delle autonomie locali. Su tutti Nilde Iotti appoggiò l’idea di un bicameralismo differenziato. Ma nelle funzioni, non nella rappresentanza. È una manipolazione appioppare anche a lei questa riforma tanti sono i modi in cui il bicameralismo può essere differenziato. Con questa riforma assennata Regioni, Città metropolitane (ex Province) e Comuni saranno ridotti ad appendici dello Stato, privi di qualsiasi autonomia. Se da un lato dicono di dare più poteri alle Regioni, nei fatti le privano del potere legislativo su molte materie e su quelle poche che resteranno di loro competenza il governo potrà comunque imporre il suo volere attraverso la clausola di supremazia. Va bene ridefinire le materie concorrenti ma contestualmente bisognerebbe spingere i governi locali sulla strada del federalismo. Con questa riforma si tornerà indietro di anni in barba a qualsiasi principio di sussidiarietà e all’art. 5 della Costituzione. Altro che futuro.

Iotti certamente non auspicava la trasformazione del Senato in una camera che mette becco su tutto ma che allo stesso tempo è ininfluente e composta da nominati e senza vincolo di mandato ai quali è riconosciuto pure il privilegio e l’onere di revisionare la Costituzione. E anche per Iotti la rappresentanza alla Camera sarebbe stata tutelata e garantita da una legge elettorale proporzionale, che paragonata all’Italicum è come l’acqua santa con il diavolo.

In tutti i casi le ragioni erano opposte a quelle invocate oggi. Allòra l’intenzione era quella di dare centralità al Parlamento, considerata fondamentale per rivitalizzare la democrazia.
Questa riforma, al contrario, si basa sul mantra della governabilità a qualsiasi costo.

Queste cose però non le scrivono gli ultrà del Sì sui loro fotomontaggi.

L’ultimo arruolamento postumo è quello di Montanelli. Ora, senza andare troppo per le lunghe, il direttore de Il Giornale diceva: “In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è”.

Eufemisticamente, come si domanda il professor Pasquino, “dovremmo andare adesso subito a rivedere che cosa hanno detto quei Costituenti, a re-interpretare quelle culture politiche e costituzionali? Non era il caso di farlo prima di scrivere le riforme?”.

Evidentemente i pareri autorevoli a sostegno della riforma scarseggiano per questo gli ultrà del Sì si dimenano, non senza vigliaccheria, per intestarla a qualcuno. Soprattutto ai morti, soprattutto chi non può smentirli.

Dobbiamo giudicare la riforma nei contenuti, non nelle intenzioni: un verità che gli ultrà del Sì dimostrano essere molto scomoda.

Ci mettessero le loro facce su questa riforma e lasciassero riposare in pace chi non c’è più e non può più far valere le proprie ragioni.

Visto che sui sui loro manifesti non mettono Ceccanti, Fusaro e Bassanini è lecito pensare che si vergognano di chi la riforma la sostiene per davvero (non facendo mancare però delle riserve). Senza alcun dubbio provano imbarazzo per Verdini, Alfano, Cicchitto, Casini, Bondi, Lupi, Formigoni, Galletti e Tosi, più altri transfughi e residuati bellici con lo strapuntino del Parlamento sempre stretto al petto.

Pietro Ingrao: “Può apparire, in fondo, singolare che quei gruppi politici i quali fanno imputazione al Parlamento di prolissità e di ‘lentocrazia’, non solo abbiano scartato la via limpida e ragionevole del monocameralismo e della riduzione del numero dei parlamentari, ma siano approdati ad una proposta di bicameralismo confuso, che rischia di aumentare aspramente il contenzioso fra i due rami del Parlamento, e quindi produrre nuovi tipi di ritardo.
(…) Contemporaneamente si creano condizioni tali per cui la programmazione dei lavori parlamentari risulta essere tutta agita attraverso la combinazione della decretazione d’urgenza, con la ‘corsia preferenziale’ e con il ricorso allargato al meccanismo del voto di fiducia. (…) Insomma: si ha l’immagine di una proposta a carattere fortemente partitico, tesa a rafforzare i poteri di un ceto politico governante, che si è formato e depositato in questi decenni”.

Proprio quello previsto dalla riforma Boschi.

Annunci

Un pensiero su “I tombaroli

I commenti sono chiusi.