Acerbicum

Solo pochi giorni fa mi sono domandato chi – se mai esistesse – potrebbe ancora dare credito alle promesse da marinaio del noto affabulatore di Rignano. Quel qualcuno non solo è tra noi ma è anche un recidivo, uno a cui piace farsi rubare il naso: Gianni Cuperlo, “un uomo inutilmente perbene”, direbbe Fortebraccio.

In circa 50 giorni dovrebbero modificare la legge elettorale senza avere chiaro in mente cosa cambiare, senza avere alcun tipo di intesa e probabilmente senza avere neppure i numeri in Parlamento, salvo abbiano l’intenzione di porre nuovamente la fiducia. È evidente il tatticismo da stratega con i soldatini di plastica con cui Renzi attornia la minoranza: armiamoci e partite. Così mentre la minoranza è concentrata nel suo Ni a discutere su modifiche che ora non vedranno mai la luce o se vedranno la luce saranno solo compromessi al ribasso, lui continua beatamente a propagandare la sua riforma senza nessuno tra i piedi.
Pure Bersani, per tenere un piede in N e l’altro in I, tuona cautamente il suo “scetticismo” quando è chiaro ai più che l’apertura al dialogo è in realtà una fregatura, ma per salvare la Ditta sono disposti a tutto, anche a passare per fessi.
Anziché procrastinare con l’inutile commissione basterebbe domandare semplicemente: “Vuoi togliere lo spropositato premio di maggioranza e le furbate dei capilista bloccati e delle multicandidature?”. Una simile proposta verrebbe immediatamente rispedita al mittente perché è su questi capisaldi che si fonda il mantra della “governabilità”.

L’articolo 78 mostra chiaramente il legame tra l’Italicum e la riforma costituzionale e le ripercussioni negative che la legge elettorale avrà sull’impianto istituzionale: lo stato di guerra sarà deliberato a maggioranza assoluta e dalla sola Camera dei deputati, governata da una maggioranza assoluta – 340 seggi su 630 – eletta con l’Italicum.

Prima di dettare il contrordine ai trinariciuti lo stesso Renzi, il 24 febbraio 2014, disse che l’Italicum, la riforma del Senato e la riforma del Titolo V sono tre parti della stessa faccia“.

Altrettanto chiaro e lapidario Roberto D’Alimonte (padre dell’Italicum): “In realtà le due riforme sono strettamente connesse”.

L’unico contrappeso (si fa per dire) previsto dalla riforma per arginare la soverchiante Camera e la falsa maggioranza di governo è uno statuto delle opposizioni che ancora non esiste e che sarà scritto – ma non c’è alcun vincolo che obblighi a farlo – quando al governo ci sarà la maggioranza assoluta eletta con l’Italicum. Sarà cioè la maggioranza assoluta a concedere o negare i diritti e i poteri delle minoranze.

Attraverso l’istituto del voto a data certa (o decretazione d’urgenza) inserito in Costituzione (art. 72, comma 7) la falsa maggioranza assoluta renderà ulteriormente subalterno il Parlamento perché avrà il controllo permanente dell’agenda e dei lavori parlamentari.

In buona sostanza se al primo turno nessun partito raggiunge il 40% si va al ballottaggio e il primo arrivato, indipendentemente dai voti raccolti, si aggiudica il premio di maggioranza di 340 seggi su 630 assegnato non più alla coalizione tra diverse forze politiche ma ad una lista espressione di un singolo partito dove il “capo” di quella lista (così è definito dalla stessa legge) è sia segretario che premier e sarà indicato sulla scheda elettorale. Sarà in pratica introdotta una elezione diretta del Presidente del Consiglio.
Al premio di maggioranza svincolato da una soglia minima di voti si aggiungono altri due vizi di incostituzionalità già censurati dalla Consulta nel Porcellum: i capilista bloccati e le multicandidature. Cioè ogni capolista, scelto dal capo-partito tra quelli a lui più fedeli, verrà candidato in più collegi (fino ad un massimo di dieci) e sarà automaticamente “eletto” se scatta il seggio. Si calcola che i nominati che andranno alla Camera grazie a questi trucchetti saranno in totale 375. A questi peones paracadutati alla Camera se ne aggiungono altri 100 paracadutati nel Senato dai consigli regionali.

A comandare in un Parlamento che rappresenta quattro gatti (circa 475 nominati, due terzi, e 242 eletti, un terzo) sarà la falsa maggioranza di governo messa al vertice della piramide dal controverso premio dell’Italicum.

Ma l’Italicum produce una distorsione della volontà degli elettori ancora più forte di quella creata dal suo fratellastro (il Porcellum) perché premia un singolo partito, anche se è una minoranza, e lo mette in una posizione di predominio esclusivo.

La soglia del 40%, l’unica che può scongiurare il ballottaggio, sarebbe stata forse ragionevole anni fa (ovviamente prevedendo il premio alla coalizione, non alla lista) quando c’era il bipartitismo e i partiti non viaggiavano su percentuali pigmee del 25%, che in termini di rappresentanza del corpo elettorale, a causa del forte astensionismo, costituiscono ancora molto meno. Con questi numeri il doppio turno sarà inevitabile e il primo partito che taglia il traguardo – pur non essendo espressione della maggioranza degli elettori né dei votanti – si aggiudicherà 340 seggi su 630 nell’unica camera che concede o revoca la fiducia al governo, che detta l’indirizzo politico e che dice alle opposizioni cosa possono o non possono fare.

La legge elettorale del 1953 è passata alla storia come “Legge Truffa” perché consegnava il premio di maggioranza a chi aveva già ottenuto il 50% dei voti, mentre l’Italicum prevede anche un ballottaggio privo di quorum. Con la “Legge Truffa” le forze politiche potevano coalizzarsi, con l’Italicum è escluso a priori.

Un amarcord della fascista legge Acerbo, insomma.

leggeacerboFonte Camera.it

Notare come il cambiamento abbia prodotto un risultato peggiore della Legge Truffa e del Porcellum riportandoci ai tempi della legge Acerbo.

Antonio D’Andrea, costituzionalista e professore ordinario di diritto costituzionale:

“Avere approvato una nuova legge elettorale per la Camera dei deputati – l’Italicum – significa perciò aver necessariamente introdotto nell’ordinamento un fattore decisivo per l’andamento della forma di governo, che non solo interferisce con la riforma costituzionale volta ad eliminare il regime della ‘doppia fiducia’ con l’estromissione del Senato da qual circuito, ma che determina una nuova condizione ambientale per il sistema politico ben lungi dall’essere solido e sedimentato nonostante le logiche maggioritarie in vario modo sperimentate da oltre vent’anni. Tale innovazione legislativa, così come accadrebbe con altre soluzioni in materia, avrà ripercussioni certe sull’assetto costituzionale, formalmente rimasto di tipo parlamentare, ma che, secondo tendenze purtroppo già note, viene sviato attraverso la leva elettorale in una direzione che si potrebbe dire extraparlamentare, e cioè l’investitura popolare congiunta di un leader e della ‘sua’ maggioranza, chiamati a governare in senso lato e più precisamente a decidere tutto, imponendo dunque la politica nazionale”.

Una legge elettorale studiata e scritta su misura di un unico partito (“ne beneficerebbe di sicuro solo il Pd”, parola di Roberto D’Alimonte) non può che essere cestinata. E uno dei tanti motivi per cui votare No è rendere inutilizzabile l’Italicum, evitando così che un partito minoritario continui a perfezionarla per trarne beneficio.
Il tentativo della minoranza si scontra con la spregiudicatezza di chi abusa del proprio potere per farsi le leggi a suo esclusivo vantaggio. Se mai metteranno mano all’Italicum è solo perché sbagliarono a fare i conti prima di imporre il voto di fiducia per tre volte.

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