È un aereo? È un uccello?

No, non è Superman. È il velocissimo sistema di approvazione delle leggi che dicono la riforma ci riserverà tra le tante altre magnifiche sorti e progressive. Da ieri sappiamo che ci garantirà anche la felicità perché – avverte Benigni – se vince il No “il morale va a terra”.

Unitamente ai proclami si dovrebbe però dimostrare, squisitamente per completezza e chiarezza verso chi ascolta e andrà a votare, che l’attuale sistema è lento e produce meno leggi degli altri. Considerato che dai pro riforma non si batte ciglio nel merito, quanto è lento il bicameralismo italiano? Quali sono i tempi medi di approvazione delle leggi? Soprattutto, qual è il divario con gli altri Paesi europei dove vige un bicameralismo differenziato?

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Fonte Gianfrancopasquino.it

I dati elaborati dal professor Gianfranco Pasquino e dal professor Riccardo Pelizzo dimostrano che l’Italia non ha nulla da invidiare agli altri Paesi in merito alla quantità di leggi che il Parlamento produce. Si può notare che il Parlamento italiano che secondo alcuni è sinonimo di lentezza in realtà è perfettamente in linea con i tempi di approvazione degli altri Paesi anzi il alcuni casi è addirittura più veloce.

Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri”.

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Fonte Università degli Studi di Urbino

Un altro confronto, seppure non aggiornato, con i principali Parlamenti europei è dato dal professor Nicola Giannelli dell’Università di Urbino. Anche in questo caso i numeri parlano chiaro: l’Italia, nonostante il bicameralismo paritario, produce annualmente più leggi degli altri Paesi.

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Fonte Senato.it

Ripetutamente ci sentiamo dire che le “leggi in Italia richiedono anche 500 giorni per essere approvate” ma è una frase ingannevole perché quelle leggi sono una minoranza e i numeri pubblicati sul sito del governo svergognano questo eccesso di fantasia. Anche i dati relativi alla XVII legislatura sono ben lontani da quelli denunciati e in linea di massima coincidono con quella precedente.

Le leggi di iniziativa governativa richiedono tempi irrisori, a necessitare di più passaggi sono le leggi di iniziativa parlamentare, le quali costituiscono però una parte minima e irrilevante di tutte le leggi che il Parlamento approva e le comparazioni precedenti con gli altri sistemi bicamerali dimostrano che l’Italia legifera spedita più degli altri Paesi.

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Fonte Openpolis.it

“Su 10 atti che diventano legge, 8 sono di iniziativa del Governo e solo 2 del Parlamento . Interessante notare come durante i Governi di ‘larghe intese’ i maggiori margini che aveva avuto il Parlamento durante l’Esecutivo Monti sono stati drasticamente ridotti con Letta per poi riassestarsi con Renzi al rapporto di 8 a 2”. E ancora: “Il piccolo spazio riservato al Parlamento nella produzione legislativa è reso ancora più misero dal ricorso del voto di fiducia dal parte del Governo”.

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Il Comitato per il No Uk e Ireland ha messo a confronto la produzione legislativa dei diversi parlamenti europei dal 1997 al 2013: secondo i dati raccolti dai rapporti della Camera l’Italia approva in un anno in media 120 leggi contro le 91 della Francia, le 45 della Spagna e le 42 del Regno Unito. A produrre più leggi dell’Italia è solo la Germania con 144 leggi approvate all’anno.

Difronte la laicità dei numeri è evidente che lo slogan sulla lentezza del bicameralismo paritario perde di consistenza e diventa secondo solo alle scie chimiche. È altresì chiaro che il problema in Italia non è la quantità di leggi che si producono (comunque troppe) ma la qualità (pessima). A fare la differenza non è chi approva le leggi più velocemente ma chi le leggi le scrive bene.

Michele Ainis, giurista e costituzionalista: “Il tempo medio d’approvazione dei disegni di legge governativi era 271 giorni nella XIII legislatura (1999-2001); in questa legislatura è sceso a 109 giorni. Mentre nel quinquennio precedente (2008-2013) il Parlamento ha licenziato la bellezza di 391 leggi. No, non è una legge in più che può salvarci l’anima. Semmai una legge in meno”.

Lo ha capito anche Tony Barber, giornalista del Financial Times, solo un anno fa sostenitore di Renzi: “Con il dovuto rispetto, Signor Renzi, ciò che serve all’Italia non sono più leggi più in fretta, ma meno leggi fatte meglio. Esse vanno scritte con cura, e attuate accuratamente”.

Riavvolgiamo il nastro: dopo quasi un lustro c’è chi si accorge che il Fiscal compact fa più danni che altro e soffoca una economia già zoppicante (per non dire sulla sedia a rotelle, con tutte e due le ruote sgonfie). Ma il pareggio di bilancio non c’era nella Costituzione, è stato inserito nel 2012 modificando – in soli otto mesi – ben quattro articoli. Veloci come la luce ma dannosi come la grandine. Un esempio ancora più estremo: la legge Fornero, approvata in soli dieci giorni, a cui oggi cercano di porre rimedio ponendo come alternativa l’indebitamento con le banche. La soluzione è soppesare, non velocizzare un procedimento già veloce che ha prodotto leggi di cui tutti oggi si lamentano.
Un esempio attuale: il Jobs Act, approvato in maniera fulminea ponendo la questione di fiducia (anche su deleghe in bianco), ha prodotto gli effetti strombazzati? È migliorata l’occupazione oppure il “contratto a tutele crescenti”, che avrebbe dovuto sostituire quello tutelato dall’articolo 18, in realtà ha favorito la precarizzazione attraverso l’uso smodato e incontrollato dei voucher? È stata una buona idea elargire incentivi senza alcun obbligo per le aziende? Una riforma epocale pubblicizzata con lo slogan “più tutele a tutti” costata 22 miliardi spesi a deficit ha prodotto un ritorno di occupazione nell’ordine dello zero virgola nel migliore dei casi, e quel zero virgola corrisponde ai lavoratori acquistati dal tabaccaio con i buoni lavoro.
La Buona scuola – madre di tutti gli ossimori – presentata a fine marzo 2015 e approvata il 13 luglio dello stesso anno.

Ammettiamo per assurdo che i proclami del governo siano fondati e che il vero problema non riguardi la qualità delle leggi: come velocizzare l’iter di approvazione?

Attualmente l’iter è composto da due meccanismi: due passaggi identici tra Camera e Senato per le leggi ordinarie; quattro passaggi identici per le leggi costituzionali. La riforma ne introduce da 7 a 10. Vista l’ambiguità e la prolissità del testo è controverso persino stabilire con esattezza quanti saranno i nuovi iter: secondo il costituzionalista Gaetano Azzariti sono sette; secondo il costituzionalista Alessandro Pace e il vicepresidente emerito della Consulta Enzo Cheli sono nove; secondo altri sono dieci.

Contrariamente agli slogan la riforma non abolisce neanche per sbaglio la navetta parlamentare, causa di tutte le nostre disgrazie, pure delle leggi scritte con i piedi, dicono loro. Oltre ad essere obbligatoria per molteplici e non ben definite materie (le leggi di revisione della Costituzione; le leggi di natura costituzionale; le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche; i referendum popolari; le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di Governo, le funzioni fondamentali dei comuni e delle città metropolitane; legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea; la legge che determina i casi di ineleggibilità; la legge sulle modalità e l’attribuzione dei seggi del Senato; le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea; le leggi che riguardano la giurisdizione e le norme processuali, l’ordinamento civile e penale, la giustizia amministrativa, le forme e le condizioni particolari di autonomia degli enti territoriali; le leggi che definiscono le procedure atte a garantire i poteri sostitutivi del Governo nei confronti delle regioni e delle città metropolitane; la legge che stabilisce i principi fondamentali che promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza dei consigli e delle giunte regionali; le leggi che consentono ai comuni di staccarsi da una regione e aggregarsi ad un’altra) potrà essere resuscitata in tutti gli altri casi dove è previsto il sistema “monocamerale” (che monocamerale non è) grazie al comma 3 dell’articolo 70. Tutti i disegni di legge approvati dalla Camera – tutti – saranno “immediatamente” trasmessi al Senato che entro dieci giorni ne può disporre l’esame; se nei trenta giorni successivi il Senato delibera una proposta di modifica il testo torna alla Camera per il riesame. Ecco rientrare dalla finestra il ping-pong tra i due rami del Parlamento totalmente inutile e ingiustificato rispetto a quello in vigore perché adesso l’esame del Senato serve (anzi servirebbe) a migliorare il testo attraverso il valore di ponderazione ma con la riforma la Camera avrà sempre l’ultima parola e potrà infischiarsene del Senato respingendo eventuali proposte a maggioranza semplice. Si creerà un inutile rimpallo tra le due Camere perché il Senato sarà ridotto, usando la metafora del costituzionalista Michele Ainis, ad “una suocera inascoltata che dà consigli non richiesti”. 

Gli iter previsti dalla riforma – dicono i sostenitori – sono ben definiti. Ma se una legge verte su più materie che richiedono iter distinti e separati, come si procede? Si spacchetta il testo e per ogni materia si segue un iter diverso? Così si allungano i tempi di approvazione e il numero dei rimpalli tra Camera e Senato aumenta a dismisura.
In sostanza prendono un sistema composto da due iter semplicissimi e lo quintuplicano in maniera confusionaria. È semplificazione, questa, oppure un contorto giochino per menti perverse?

Mettiamo caso che si inneschi un contenzioso tra Camera e Senato su una materia, chi decide? Il comma 6 dell’articolo 70 (sempre lui è) stabilisce che eventuali questioni di competenza saranno risolte di comune accordo tra i presidenti delle due Camere. E se non si accordano come se ne viene fuori? Nessuno lo sa.

Il Senato non solo potrà impugnare qualsiasi testo approvato dalla Camera ma potrà anche, in virtù dell’art. 71, avanzare proposte di legge proprio come avviene adesso.

Qui salta all’occhio un altro aspetto fondamentale della riforma: il Senato manterrà i poteri che ha adesso (iniziativa legislativa; esame delle leggi; revisione della Costituzione; nomina dei giudici della Corte costituzionale etc). L’unica funzione sottratta al Senato è quella di concedere o revocare la fiducia al governo, in termini di controllo e bilanciamento non varrà nulla (e la riforma non lo sostituisce con altri strumenti utili ad equilibrare lo strapotere della Camera e della falsa maggioranza di governo). Qual è la sostanziale differenza? A parità di potere corrisponde disparità di elezione: oggi sono eletti da noi (che mandiamo inconsapevolmente degli inquisiti a Roma), poi i senatori saranno nominati (da chi gli inquisiti ce li manderà di proposito per consentirgli di sfuggire all’arresto) e sempre senza vincolo di mandato. Uno squilibrio evidente. “E voi non siete un c….”.

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