Ci sono un giornalista, un accademico e un politico

Il giornalista in questa storia veste i panni dell’arbitro, l’accademico – costituzionalista nonché presidente emerito della Corte costituzionale – cerca di adeguare la complessità delle sue argomentazioni ai ritmi televisivi e il politico, per cercare di intortare il pubblico, fa la parte che meglio gli riesce, quella del pubblicitario.

Da un lato c’è Gustavo Zagrebelsky, che cerca di spiegare quanto in una democrazia sia labile il confine tra governabilità e dittatura della maggioranza (“rischi di concentrazione al vertice delle istituzioni di una massa di poteri”); dall’altra parte del tavolo Matteo Renzi, offeso e indignato perché non ama essere paragonato (cosa che Zagrebelsky non ha nemmeno insinuato) ai dittatori che governano “dove si incarcerano i giornalisti”, anche se in altre sedi, dove queste critiche andrebbero mosse, quel dittatore turco lo legittima facendo scena muta insieme ai suoi amici (forse ex, dopo che gli hanno negato maggiore deficit) Angela e Francois. Ma questo è un altro discorso. Quello che vuole il piè veloce Matteo è solo governare in santa pace (uff) la sua lista monocolore che grazie all’Italicum prende la maggioranza assoluta dei seggi e dice alle opposizioni, attraverso uno statuto previsto dall’articolo 64 che sarà scritto in futuro una volta intascato il premio di maggioranza, cosa possono o non possono fare.

Gustavo Zagrebelsky: “Continuo a ritenere che questa riforma, collegata alla legge elettorale, pensando non a lei, al suo governo, ma ai governi che potranno venire in futuro; pensando alla condizione del nostro mondo, dell’Europa, i populismi, alle derive di destra […] pensando a tutto questo io credo che legge elettorale più riforma costituzionale diciamo saranno un terreno aperto per l’affermazione di poteri forti. Potrei chiedere a loro che ci guardano il leader politico che meno apprezzano e più temono, o magari più disprezzano, e immaginarci che questo leader politico, a valere della legge elettorale, abbia il premio di maggioranza e abbia una Costituzione, come dice il presidente del Consiglio, ‘veloce e semplificata’. In quel caso io francamente sono dell’idea dovremmo attrezzarci per avere delle garanzie, per avere un sistema bilanciato, cosa che non è più perché viene abolito il Senato, politico, quello che conosciamo, e sostituito da un Senato di composizione che forse dovremo esaminare. Si avrà un Parlamento, politico, la Camera dei deputati, formato con un premio di maggioranza che farà sì che quella maggioranza […] facilmente potrà avere il suo presidente della Repubblica, influirà sulla nomina dei giudici costituzionali. […] La resa delle istituzioni non dipende solo dai testi ma dalla quantità di elementi dentro i quali le istituzioni sono calate. […] il contesto di questa riforma è legato alla legge elettorale, non possiamo far finta che siano cose diverse”.

La riforma, modificando l’articolo 83, comma 2, aumenta il quorum dal quarto al sesto scrutinio per eleggere il presidente della Repubblica, il trucco scatta dal settimo – cioè nelle ultime votazioni, che sono sempre quelle decisive – perché la maggioranza necessaria non è più calcolata sulla base degli aventi diritto, ma sulla base dei presenti in aula. La maggioranza dei tre quinti calcolata sui “votanti” toglie alle minoranze uno strumento di garanzia (non presentarsi alla seduta) per influenzare la votazione e quindi avere l’elezione di un nome quanto più condiviso tra tutte le forze politiche. Abolire questo requisito vuol dire che un numero minimo di parlamentari può eleggere il presidente della Repubblica anche se la maggioranza è assente e non per pigrizia ma perché non condivide l’orientamento degli altri. La minoranza, anche se restasse in aula, inciderebbe poco perché al settimo scrutinio alla maggioranza (che ha già il 55% dei seggi) basterà barattare qualche favore in cambio del voto di pochi parlamentari di altri schieramenti (ipotesi tutt’altro che peregrina nel nostro integerrimo e coerente Parlamento, per di più protetto dal voto segreto) ed il gioco è fatto. È vero che il quorum è fissato ai tre quinti della maggioranza ma quella maggioranza è in realtà una minoranza gonfiata con l’artifizio del premio.

Il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e il Consiglio superiore della magistratura sono i tre organi di controllo. Il principio di separazione dei poteri è così suddiviso: il potere esecutivo è affidato al governo, il potere legislativo al Parlamento e il potere giudiziario alla magistratura (che risponde al Csm).

La Corte costituzionale è composta da quindici giudici. I giudici costituzionali di nomina parlamentare sono cinque: tre spetteranno alla Camera (eletta con il premio di maggioranza e nominata per il 60,8% grazie ai capilista bloccati e alle multicandidature, calcolano due senatori del Pd Federico Fornaro e Carlo Pegorer), due al Senato (nominato per il 100%). Il presidente della Repubblica, che sarà espressione della maggioranza, ne nomina cinque.
La cinquina mancante spetta alle “supreme magistrature ordinaria ed amministrative”.

L’ultimo tassello. Il Consiglio superiore della magistratura (presieduto dal presidente della Repubblica) è composto da 27 membri ed eletto per un terzo dal Parlamento in seduta comune.

Gustavo Zagrebelsky: “I problemi che vede non sono dovuti al bicameralismo ma dalle divergenze di natura politica e questo per effetto della legge elettorale. La radice delle difficoltà è di natura politica, non è una radice di natura istituzionale”.

Perché il pubblicitario, con straordinario eccesso di enfasi, imputava la mancanza di una legge sull’omofobia al bicameralismo paritario anziché ai disaccordi tra i partiti politici. Se manca la coesione è perché Camera e Senato hanno maggioranze diverse e questo per via della legge elettorale, non del bicameralismo paritario.
Se le riforme approvate fino ad oggi (nate tutte su iniziativa del governo e poi votate ponendo la questione di fiducia, anche su deleghe in bianco) hanno prodotto crescita zero è per colpa della Costituzione o per colpa di chi quelle riforme le ha scritte?
Nel fare le leggi c’è bisogno di maggiore velocità oppure di qualità? Serve dare maggiore potere al governo oppure al Parlamento in modo che possa controllare l’operato dell’esecutivo?

Ma il pubblicitario è disposto a tutto pur di vincere, anche a passare per uno zuccone. Ha sentenziato che l’Italia è l’unico Paese con un bicameralismo paritario di questo tipo e che quello statunitense rispetto a quello italiano “è un sistema totalmente diverso, abbiamo il presidenzialismo”. Il bicameralismo paritario è il sistema che regola l’iter di formazione delle leggi ed è indipendente dalla struttura della Repubblica. Il presidente degli Stati Uniti è titolare solo del potere esecutivo (art. 2 Cost.), il potere legislativo è interamente nelle mani del Congresso (art. 1 Cost.), l’equivalente del Parlamento nei Paesi europei, composto dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato entrambe elette a suffragio universale.
Negli Stati Uniti come in Italia un testo per diventare legge dev’essere approvato alla stessa maniera sia dalla Camera dei rappresentanti che dal Senato. Infatti, lo shutdown che nel 2013 paralizzò il Congresso fu causato dal mancato accordo tra le due Camere sul provvedimento Obamacare. Un inciso, ma non per questo meno importante: la Costituzione degli Stati Uniti è “vecchia” di oltre 200 anni.

Visto che il pubblicitario è anche presidente del Consiglio e io solo un “rancoroso” blogger (senza offesa per i blogger), ecco qualche informazione in più: senato.it/japp/bgt…

Il pubblicitario snocciola battute semplicistiche e fuorvianti e a distanza di una sola settimana dall’altra freddura chi vota No mantiene il finanziamento ai partiti, già aboliti da Letta e non disciplinati in nessuna parte della Costituzione. Ovviamente non poteva mancare il cavallo di battaglia dell’apostolato: i 500 milioni di risparmio – che nessuno ha certificato – promessi ai poveri (lezzo al voto di scambio, direbbe qualcuno malizioso). L’unico risparmio documentato è quello della Ragioneria dello Stato ed è pari – udite, udite – a 57,7 milioni.

Gustavo Zagrebelsky: “Non si rende più semplice il sistema, si crea un Senato raffazzonato con una legge elettorale dei senatori difficilissima da approvare. Le promesse hanno un contenuto ma anche un valore demagogico. La riduzione dei costi è minima e la riduzione del numero dei parlamentari si poteva fare in modo diverso, si poteva fare molto di meglio, ci sono proposte in campo (dello stesso parere Valerio Onida, nda). Se viene approvata questa riforma per venti o trent’anni non avremo la possibilità di cambiare, se viene respinta si potranno fare cose più semplici. […] I senatori hanno già un ‘munus’, un compito come sindaci o consiglieri regionali. A loro vi si attribuisce un secondo ‘munus’. C’è un problema giuridico e pratico: questo Senato ha competenze immense affidate a chi lo fa per secondo lavoro. Questo doppio mandato è di fatto impossibile da realizzare, non può funzionare. Sindaci e consiglieri regionali hanno l’obbligo di esercitare funzioni come consiglieri e sindaci e hanno anche obbligo di frequentare il Senato”

Altra criticità rilevata dall’accademico, il ruolo, la composizione e l’elezione del Senato. La scelta è stata di dare vita ad un Senato di consiglieri regionali e sindaci (nominati e senza vincolo di mandato, tra l’altro) che andranno lì a svolgere delicate e molteplici funzioni come dopolavoro e con scadenze ristrette. Dalla deliberazione della Camera il termine fissato per l’esame da parte del Senato in alcuni casi è di 10 giorni, in altri è di 15 giorni (cfr. art. 70, comma 3; art. 70, comma 4; art. 70, comma 5).

Mettiamo caso che oggi in Campania il consiglio regionale deve approvare il bilancio e quello in Lombardia votare il piano socio sanitario, nello stesso tempo a Roma il Senato deve esprimersi su una normativa dell’Unione europea. Dove vanno i consiglieri-senatori? Si rinviano le sedute in consiglio o al Senato? Così però è impossibile stabilire una data che vada bene non solo ai restanti 18 consigli regionali ma anche ai 21 sindaci.
E per tutti i disegni di legge che una volta approvati dalla Camera passano automaticamente al Senato? Si congelano tutti i consigli regionali e tutti i consigli comunali finché non terminano i lavori del Senato, che nel frattempo ha accumulato diversi disegni di legge che vertono su materie diverse e sui quali ha tempo solo 10 giorni per pronunciarsi? Perché le alternative sono due: per i disegni di legge la scadenza di 10 giorni decorre dall’approvazione della Camera quindi o si fa un cumulo per poi farli esaminare in blocco (ipotesi inattuabile) così da convocare i consiglieri-senatori una sola volta oppure si riuniscono più volte nell’arco di un mese andando avanti e indietro con al seguito la carovana di portaborse interrompendo il lavoro sul territorio e facendo lievitare ulteriormente i rimborsi per le trasferte.
Questo capogiro riguarda solo i disegni di legge perché le materie di competenza del Senato sono molte e il problema diventa da reparto psichiatrico se nell’arco di poche settimane dovrà esprimersi su più materie di sua competenza, senza contare le leggi di tipo bicamerale che ha l’obbligo di discutere.

Fermo restando che consiglieri e sindaci sono eletti per fare i consiglieri e i sindaci, come coniugare la funzione che svolgono sul territorio con quella di senatore ed evitare che facciano male entrambi i lavori?
Il pubblicitario si inalbera rilanciando con il canale di Suez. Così, per dire qualcosa, sperando di azzeccare la risposta.

Il Senato sarà in continua metamorfosi visto che le Regioni eleggono i propri consigli in momenti diversi. La durata del mandato dei senatori coinciderà con quella del loro mandato territoriale, provocando un mutamento continuo della composizione del Senato col rischio che nell’arco di una sola legislatura prendano vita più maggioranze e i nuovi membri si ritrovino a dover svolgere il lavoro lasciato a metà dai loro predecessori.

Se la legge elettorale dei senatori è “difficilissima da approvare” è perché i commi 2 e 5 dell’art. 57 fanno a pugni tra di loro. Oltretutto inviare in Senato una rappresentanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” non è fattibile.

Pubblicitario: “Professore, non c’è nessun articolo della costituzione che lei mi stia citando per suffragare le sue tesi (un rischio di concentrazione al vertice dei poteri, nda).”
Accademico: “Le chiedo: lo statuto dei diritti delle opposizioni chi è che lo dovrà approvare?”
Pubblicitario: “Il Parlamento.”
Accademico: “La Camera dei deputati. Eletta con? Il premio di maggioranza. La maggioranza approverà lo statuto dei diritti delle minoranze. Le sembra una garanzia questa?”
Pubblicitario: “Che in un paese la maggioranza voti e decida si chiama democrazia.”
Accademico: “No, questo si chiama slogan perché le minoranze hanno i diritti costituzionali.”
Pubblicitario: “Glieli abbiamo messi noi, non c’erano nella Costituzione.”

Ecco, in questo in piccolo scambio di battute si può assistere al grottesco, compulsivo e ostinato scontro tra la narrazione scintillante del Sì e la dura e crudele realtà.

L’articolo 64 si limita solamente a riconoscere in Costituzione uno statuto delle opposizioni senza definirne i contenuti. Lo statuto vero e proprio che stabilirà i poteri delle minoranze è rimandato ad un regolamento inesistente da scrivere un domani quando al governo ci sarà la lista monocolore che è arrivata per prima aggiudicandosi così il premio di maggioranza (340 seggi su 630). Quando e se sarà scritto non è neanche certo perché non c’è nessun vincolo che obbliga il governo a farlo.

Il rischio di dare vita ad una “oligarchia” è insito nella mancanza di contrappesi che bilancino il potere della soverchiante Camera (titolare dell’indirizzo politico oltre che l’unica a concedere o revocare la fiducia) dove a governare sarà un partito minoritario (anche pari al 25% dell’elettorato) trasformato in maggioranza dal controverso premio dell’Italicum. Parte di quella maggioranza sarà oltretutto scelta direttamente dal capo partito attraverso i trucchetti dei capilista bloccati e delle multicandidature: si calcola che i capilista nominati che andranno alla Camera saranno 375. A questi deputati paracadutati dai capibastone si aggiungono 100 senatori, pure loro nominati. Cioè: nel nuovo Parlamento, che eleggerà il presidente della Repubblica e parte dei membri della Consulta e del Csm, siederanno circa 475 nominati (due terzi) e 242 eletti (un terzo).
Di fatto l’Italicum crea un sistema in cui il governo detiene sia il potere esecutivo che quello legislativo perché potrà contare sulla maggioranza assoluta di un unico partito, un caso che non trova riscontro in nessuna democrazia, nemmeno in quelle di tipo presidenziale come gli Stati Uniti dove il potere esecutivo è affidato al presidente e quello legislativo al Congresso, entrambi opportunamente bilanciati attraverso una rigida separazione dei poteri ma anche una serie di pesi e contrappesi (il cosiddetto check and balance).

Per distogliere l’attenzione dalla figuraccia il pubblicitario ha fumosamente cianciato del funerale di Shimon Peres, elogiando la presenza accanto al capo del governo del leader dell’opposizione al quale – fa impietosamente notare l’arbitro – non hanno però concesso la parola. Un’altra figuraccia, insomma. Cosa c’entri lo statuto delle opposizioni con questo aneddoto lo sa solo il giureconsulto per corrispondenza di Rignano.

Pubblicitario: “Abbiamo dato più poteri alla Corte costituzionale”. Frase espunta dallo slogan: trattasi di giudizio preventivo solamente sulla legge elettorale e solo se a farne richiesta è un quarto dei componenti della Camera o almeno un terzo dei componenti del Senato (cfr. art. 73, comma 2; art. 134, comma 5).

Non poteva mancare in questo crescendo di argomenti faciloni e strapaesani il richiamo del morto, Roberto Ruffilli, “ucciso dalle brigate rosse perché aveva capito la necessità delle riforme costituzionali”. E ovviamente Ruffilli voleva questa riforma costituzionale in ogni sua sgrammaticatura linguistica e giuridica, come Berlinguer, Ingrao, Iotti e Falcone, riesumati in altre occasioni dai tombaroli del pubblicitario con tesi altrettanto raffazzonate, strumentali e meschine. In fine, come nelle migliori commedie dell’arte, quel desso dichiara serenamente: “Professore, entri nel merito”.

“Penso sia pacifico sostenere – scrive Lucia Del Grosso – che ieri abbiamo assistito ad un match tra un signore colto ed educato ed un piazzista che vende merce difettosa”.

Dimenticavo l’arbitro. In questa storia il ruolo fondamentale l’ha avuto, cercando di tradurre le argomentazioni dell’accademico, ma non c’è stato niente da fare: il pubblicitario continuava ripetutamente a sgolarsi tra funerali, fondi europei che la Polonia sottrae all’Italia e il canale di Suez.

Su una cosa però il pubblicitario ha ragione: il referendum non è pro o contro il governo, pro o contro il Pd, pro o contro Renzi. È pro o contro la Costituzione, se riteniamo che quella attuale, “la più bella del mondo” dicono anche i sostenitori del Sì, sia ancora adatta a guidarci o che al massimo necessiti di piccoli ritocchi e che non ci sia il bisogno di stravolgerla ridefinendo in un colpo solo – per mano di una falsa maggioranza formata artificialmente ed e eletta grazie a raggiri che “coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento” – l’assetto parlamentare, l’iter di approvazione delle leggi, la decretazione d’urgenza, gli strumenti di democrazia diretta, il ruolo, la composizione e l’elezione del Senato, il delicato rapporto tra Stato e Regioni, il ruolo delle opposizioni, il meccanismo per eleggere il presidente della Repubblica e il potere che esercitano i trattati dell’Ue sulla potestà legislativa dello Stato.

Votare No vuol dire non cedere al ricatto “se non passa la riforma resta tutto com’è” e non accettarla solo perché ci viene messa improvvisamente sul piatto scaricando sulla Costituzione le colpe della classe politica. Nessuno ci ha prescritto che dobbiamo per forza approvare una riforma che anche a detta di sostenitori del Sì è un pasticcio. La Costituzione non è una manovra finanziaria che si può correggere un anno dopo.
Se in seguito si accorgono di aver fatto una vaccata come con l’Italicum (e al 99% tale resterà), una legge elettorale “ottima” imposta al Parlamento con tre voti di fiducia e che doveva essere “copiata da mezza Europa”, poi cosa si fa?

Vale la pena sostenere una riforma così pesante, disomogenea e improvvisata in cambio della modesta, irrilevante e demagogica eliminazione di 215 senatori su 315? E no, le Province non c’entrano con la riforma.

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8 pensieri su “Ci sono un giornalista, un accademico e un politico

  1. Qui è a leggere i contrari gli astenuti e i favorevoli , è un bailamme di riforma sul organigramma di un nuovo governo che di confronto a quelli vecchi c’è da impallidire tant’è che un padre fondatore costituzionalista disse che bastono i primi 13 articoli gli altri sono truffa di partiti.e un’altro vi sono 15.000 parole collegate una con l’altra impossibile cambiare senza recare danni . Morale ! Ognuno voti secondo coscienza che anche da questo risultato sulla maggioranza e minoranza di partiti al governo e AL OPPOSIZIONE AVRANNO ancora TANTI DECENNI da LEGIFERARE SUI PRO E I CONTRO AL GOVERNO D’ITALIA

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    1. Buongiorno, un dibattito così lungo è la dimostrazione di quanto la riforma sia vasta e pesante.
      Comprendo le ragioni di chi non vota perché deluso dai partiti politici ma in questo caso siamo chiamati ad esprimerci sulla riforma costituzionale, certamente voluta da un partito ma che riguarda la nostra legge fondamentale, la Costituzione per l’appunto, che è di tutti.

      Ritengo anche sia necessario votare con consapevolezza, senza lasciarci ammaliare da discorsi dalla facile presa e confutando ciò che ci viene detto. Nessuno di noi firmerebbe neanche un contratto telefonico sulla fiducia di chi ce lo sta vendendo.

      È vero che saranno ridotti i parlamentari? No, perché il termine “parlamentari” indica nel complesso deputati e senatori e con la riforma saranno solo ridotti questi ultimi e di 215 su 315. Una riduzione demagogica e irrilevante se – come deve essere – si giudica il quadro generale. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-16/la-politica-costa-232-miliardi-757-euro-contribuente-angeletti-possibile-risparmiare-7-miliardi–115939.shtml?uuid=ABTvvLk (art. 57)

      È vero che saranno “abolite” le Province? Innanzitutto non è corretto parlare di “abolizione” perché la legge n. 56/2014 ne prevede in realtà la sostituzione con le Città metropolitane o gli Enti di area vasta. La Costituzione, quindi la riforma, è estranea a questo passaggio e lo dimostra il subentro della Città metropolitana già avvenuto in diverse città quali Roma, Napoli, Torino, Milano e Firenze. Qui altre informazioni https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/20/la-riforma-abolisce-le-province-e-altre-amenita/

      È vero che si risparmieranno 500 milioni? No, una cifra del genere non è stata mai documentata. L’unico risparmio diretto e accertato è di 57,7 milioni. (Ragioneria dello Stato)
      Il risparmio di per sé già irrisorio potrebbe ridursi a fronte dei rimborsi che spetteranno ai consiglieri regionali e ai sindaci per le loro trasferte a Roma.

      È vero che sarà abolita la navetta parlamentare? No, perché anche dove la competenza è esclusiva della Camera (per 22 materie resta obbligatoria la navetta) il Senato può intervenire e chiedere modifiche innescando così il ping pong tra i due rami del Parlamento anche in quei casi. (art. 70; art. 70, comma 3). Oltretutto il Senato continuerà ad avere pieno potere di iniziativa legislativa. (art. 71).

      È vero che il bicameralismo paritario è lento? No, lo dicono i numeri:
      http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Statistiche/Stato/TempiApprovazioneDDL.html
      https://gianfrancopasquino.wordpress.com/2016/06/03/qual-e-il-parlamento-piu-produttivo-i-numeri-della-produzione-legislativa-dei-parlamenti-democratici/
      http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/07/11/news/il-parlamento-palude-sa-anche-essere-veloce-quando-vuole-1.173087

      È vero che il Senato rappresenterà le Regioni? No, perché i senatori saranno nominati e non avranno vincolo di mandato e lo Stato, su richiesta del governo, potrà imporre le sue leggi ai governi locali su qualsiasi materia. (art. 57, comma 2; art. 67; art. 117, comma 4).

      È vero che il premier non avrà più poteri? No, per i motivi già ampiamente elencati in questo articolo.

      È vero che la Corte costituzionale avrà più poteri? Mezza verità, perché potrà esprimersi in maniera preventiva solo sulla legge elettorale e solo su richiesta di una delle due Camere. (art. 73, comma 2; art. 134, comma 5)

      È vero che aumenta la partecipazione democratica dei cittadini? No, le firme da raccogliere per le leggi di iniziativa popolare salgono dalle attuali 50 mila a 150 mila. (art. 71, comma 3)

      È vero che il governo non avrà più poteri? No, perché la riforma introduce in Costituzione l’istituto della decretazione d’urgenza e senza alcuna regola che possa limitarne gli abusi da parte del governo. (art. 72, comma 7). A questo si aggiungono il premio di maggioranza, i capilista bloccati e le multicandidature dell’Italicum, la legge elettorale che eleggerà il partito di governo.

      Ci sono tanti altri aspetti da valutare e che il quesito neanche sfiora. Alla fine di questo articolo ho elencato i punti della riforma più importanti. https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/09/prima-voti-poi-rifletti/

      Nelle ultime pagine di questo ebook (gratuito) c’è il confronto tra l’attuale testo della Costituzione e quello della riforma. Fare una comparazione tra gli articoli e le motivazioni di chi invita a sostenere la riforma richiede poco tempo. http://www.perunaltracitta.org/wp-content/uploads/2016/09/In-otto-punti-le-ragioni-del-NO-Luca-Benci-perUnaltracitta-Firenze-2016.pdf

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  2. Ovviamente, nell’ elenco del perché votare no si omettono tanti argomenti come il fatto che per il referendum il quorum viene abbassato e che le province tutt’ora esistono o che anche il senato usa è rinnovato durante il mandato

    Queste sono le semplici e facilmente smascherabili bugie che bastano a qualificarvi

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    1. Buongiorno, mi perdoni, trovo ingiuste e avventate le accuse che mi rivolge perché del quorum ridotto per i referendum abrogativi ne ho già parlato qui: https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/09/prima-voti-poi-rifletti/
      Le faccio notare un suo grave omissis e cioè che il quorum si riduce alla maggioranza dei votanti delle ultime elezioni solo se le firme raccolte da 500 mila raggiungono quota 800 mila. A questo punto dovremmo parlare anche delle firme triplicate da 50 mila a 150 mila per le leggi di iniziativa popolare.

      Anche delle Province ne avevo già ampiamente parlato e la loro “abolizione”, che in realtà è una sostituzione con le Città metropolitane e gli Enti di area vasta, non ha nulla a che vedere con la riforma. Basta guardare gli esempi di città come Roma, Napoli, Palermo, Torino, Milano e Firenze dove il subentro della Città metropolitana è già avvenuto oppure leggere ciò che prevede la legge n. 56/2014, che ovviamente non ho mancato di citare. https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/20/la-riforma-abolisce-le-province-e-altre-amenita/

      Il Senato statunitense è eletto a suffragio universale e viene rinnovato per intero ogni due anni (il rinnovo comprende anche quello parziale della Camera), questo è uno strumento di garanzia che gli elettori hanno per giudicare l’operato del Congresso. La riforma si guarda bene dall’introdurre un Istituto di questo tipo. Il Senato della riforma invece non sarà rinnovato in blocco con cadenza biennale come quello statunitense ma ogni qualvolta decadrà un consiglio regionale. E sappiamo bene che le Regioni eleggono i propri consigli in momenti diversi.

      In ogni caso quella parte dell’articolo si riferisce al paragone del tutto improprio fatto da Renzi con il Bundesrat. Le preoccupazioni sul Senato riguardano la composizione (senatori nominati e senza vincolo di mandato) ma soprattutto il suo funzionamento e il lungo e argomentato esempio che ho fatto credo offra spunti di riflessione migliori rispetto alla sua risposta superficiale e fuorviante perché ricca di imprecisioni.

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      1. Rispondo 41 articoli di cambiamento sul nuovo organigramma dei senatori della Repubblica ho letto che dovranno essere eletti i sindaci di città e paesi in base al censimento regionale ma non leggendo la formula matematica ad hoc ho inserito la parola Quorum considerando 100 città d’Italia per ridurre i senatori da 315 a 215 sui nuovi 100 in 21 regioni senza l’ emolumento mensile o inferiore , di risparmio annuo 52 milioni di euro sulla casta politica più costosa del mondo 630 parlamentari + 315 senatori di cui 5 eletti da Presidente

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  3. Non so se vincerà Si o No anche eleggere nuovi senatori come i sindaci dei comuni in base ai quorum sui censimenti regionali così se sono costretto a carne o pesce ancora una volta mi appello al diritto di semplice
    cittadino votante ignorante ad interpretare le leggi del governo sulle tante opinioni così SINO ALLA FINE DI OGNI ELEZIONE farò sigillare sul registro dal Presidente di OGNI SEZIONE il GIUSTO MOTIVO PER il quale NON VOTO, per superare sul Si/NO qualsiasi Leader e partiti al governo !!!!!!!!!!!!!!

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    1. Buongiorno, i nuovi senatori non saranno “eletti” in base ai quorum sui censimenti regionali. Neppure il governo, primo sostenitore della riforma, ha mai detto una cosa del genere. Nessuno sa ancora con quale criterio saranno “eletti” perché il comma 6 dell’articolo 57 rimanda una legge che ancora non esiste. Le uniche certezze sono che mandare in senato una rappresentanza “conforme alla scelta espressa dagli elettori” non è possibile e che non saremo più noi ad eleggere i senatori ma i consigli regionali, pieni di inquisiti.

      https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/07/la-riforma-schizofrenica/

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  4. @luigi crocco Buongiorno, non cambierebbe nulla cioè saranno sempre nominati dai consigli regionali anche ammesso che i consiglieri-senatori venissero scelti rispettando la proporzione rispetto ai voti e ai seggi ottenuti dalle diverse liste (il quorum sui censimenti regionali non c’entra).
    I 21 sindaci (il Senato sarà composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori scelti dal capo dello Stato) invece saranno nominati e basta, non c’è alcun sofisma che possa nasconderlo.

    Il metodo di “elezione” dei senatori da parte dei consigli regionali è comunque sconosciuto perché il comma 6 dell’art. 57 rimanda ad una legge che ancora non esiste.

    Nei seguenti articoli ci sono maggiori informazioni
    https://caveasinus.wordpress.com/2016/10/15/il-senato-delle-giravolte/
    https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/07/la-riforma-schizofrenica/

    Ribadisco l’importanza del voto (soprattutto in questa occasione dove è in gioco la Costituzione) e rinnovo l’invito a maturare un giudizio confrontando ciò che viene detto con gli articoli.

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