La riforma abolisce le Province (e altre amenità)

“Aboliamola del tutto, questa Costituzione. Così, per vedere l’effetto che fa”. Confesso che mi capita spesso di pensarlo perché la curiosità è tanta: chissà se non ci fosse la Costituzione su chi o cosa la politica riverserebbe la propria approssimazione e incompetenza.
La Costituzione per i politici italiani è come il cilindro di un prestigiatore, dentro c’è di tutto: la stabilità; una più forte lotta al terrorismo; portentosi rimedi che fanno schizzare l’economia; bollette della luce meno care. Ma se questi discorsi da sciamano si commentano da soli, quello sull’“abolizione” delle Province merita qualche considerazione.

In questi giorni tornano alla ribalta le elezioni delle Province e i sostenitori del Sì pare quasi vogliano farci sentire tutti in colpa (“vedi, se si vota per le Province è perché solo la riforma può abolirle”). Capisco l’occasione ghiotta per questa ennesima e febbrile levata di scudi contro il No, ma non è proprio così.

Le Province sono già state “abolite” nel 2014 con una legge del governo Letta a firma Delrio, poi fatta propria da Renzi unitamente allo scippo della poltrona. E l’“abolizione” in realtà corrisponde ad un cambio anagrafico: se in alcune città bisogna rinnovare i consigli provinciali è perché alcune Province non sono ancora state sostituite dalle Città metropolitane o dagli Enti di area vasta (ovviamente, i consigli dei “nuovi” enti andranno anch’essi rinnovati, e non da noi elettori). La legge n. 56 del 2014, infatti, non parla di abolizione:

“Disposizioni sulle citta’ metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni […]

47. Spettano alla citta’ metropolitana il patrimonio, il personale e le risorse strumentali della provincia a cui ciascuna citta’ metropolitana succede a titolo universale in tutti i rapporti attivi
e passivi, ivi comprese le entrate provinciali, all’atto del subentro alla provincia. Il trasferimento della proprieta’ dei beni mobili e immobili e’ esente da oneri fiscali.
48. Al personale delle citta’ metropolitane si applicano le disposizioni vigenti per il personale delle province; il personale trasferito dalle province mantiene, fino al prossimo contratto, il
trattamento economico in godimento”.

Che non sarebbero state abolite lo avevano scritto anche nel disegno di legge approvato dal Senato:

“Il disegno di legge approvato al Senato (che deve ora tornare alla Camera per l’approvazione definitiva) avvia il processo di trasformazione di tutte le 86 province, che smettono di avere organi eletti direttamente e assumono la veste di associazioni di comuni, in cui i sindaci si riuniscono per decidere come svolgere congiuntamente le funzioni attribuite alla provincia e assicurare ai cittadini i servizi di area vasta che i singoli comuni non potrebbero fornire per motivi dimensionali o economici (in particolare, la legge prevede che le province si occupino di pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, costruzione e gestione delle strade provinciali, programmazione provinciale della rete e gestione dell’edilizia scolastica e controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale)”.

La decantata abolizione di due anni in realtà è un cambio di nome: in alcuni casi da Provincia a Città metropolitana, in altri da Provincia a Ente di area vasta. E con questo passaggio la Costituzione non c’entra nulla: la riforma si limita a cancellare la parola “Provincia”, che non pregiudica la loro “abolizione” come dimostra il subentro della Città metropolitana già avvenuto ad esempio a Roma, Torino, Milano e Firenze.
Un altro esempio di come la parola “Provincia” non sia vincolante è l’istituzione delle Città metropolitane avvenuta solo nel 2014 nonostante siano state riconosciute come ente costitutivo della Repubblica nel 2001 con la riforma del titolo V.

subentrocittametropolitana

Dalla Provincia di Roma alla Città metropolitana di Roma Capitale

Gli articoli 114, 117, 118 e 119 del titolo V riguardano esclusivamente le materie di pertinenza delle Regioni. Se in alcune Regioni le Province continuano ad esistere con quel nome è perché i Comuni e le Regioni gli riconoscono ancora delle esclusive competenze. Nessun articolo della Costituzione fissa le materie di competenza delle Province, le loro funzioni sono disciplinate con legge statale o regionale, chi dice il contrario fa come Totò quando vende la fontana di Trevi.

Difatti i commi 91 e 92 dell’articolo 1 della legge n. 56/2014 prevedono da un lato la definizione di un Accordo, sancito in sede di Conferenza unificata, tra lo Stato e le Regioni per la determinazione delle funzioni provinciali oggetto di riordino, dall’altro l’individuazione con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa intesa in sede di Conferenza unificata, dei criteri per il trasferimento, agli enti subentranti, dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse all’esercizio delle funzioni trasferite.

A svergognare quest’altra pubblicità ingannevole ci aveva già pensato la Ragioneria dello Stato con la nota di ottobre 2014“I risparmi di spesa che deriverebbero dalla soppressione delle Province […] non sono allo stato quantificabili” perché potranno essere quantificati solo “a completa attuazione della citata legge n. 56/2014.

In quel documento, dove tra l’altro è certificato un risparmio di appena 57,7 milioni, anche la Ragioneria dello Stato afferma che resta solamente da completare il riparto attraverso la piena attuazione della legge ordinaria n. 56/2014. La riforma in nessun punto neanche chiarisce cosa sono e cosa fanno le aree vaste provinciali, il riordino è affidato a Comuni e Regioni, per questo legare l’“abolizione” delle Province al Sì al referendum è ingannevole.

Meglio riassume l’opera teatrale l’economista Roberto Perotti (che, purtroppo per chi strilla “gufo” a tutti, voterà Sì): “Il marketing del governo è che si ridurranno di un terzo le poltrone, e di 500 milioni i costi della politica. Sono affermazioni un po’ birichine. La riforma riduce di un terzo le poltrone dei parlamentari, che sono una minima parte delle poltrone della politica. Nei 500 milioni, sono inclusi 350 milioni di risparmi dall’abolizione definitiva delle provincie che il referendum consentirebbe, che però sono già stati conteggiati nell’abolizione di fatto che è già in gran parte avvenuta. Secondo i miei calcoli il risparmio è dunque al massimo di 150 milioni, ma solo ammesso che il Senato faccia molto downsizing. Purtroppo questo governo, per ragioni che posso comprendere ma che non condivido, ha fatto pochissimo sui costi della politica, e ora cerca di recuperare distorcendo il contenuto del referendum, che non ha quasi niente a che fare con i costi della politica”.

L’abolizione, nel vero senso del termine, riguarda solo l’elezione dei consigli da parte dei cittadini e l’indennità dei presidenti e consiglieri provinciali già avvenuta due anni fa per mano del governo Letta e che non ha prodotto i risparmi annunciati a reti unificate. Sul versante del personale – i dipendenti sono stati reimpiegati in altre amministrazioni – il risparmio è nullo. Gli spiccioli messi da parte provengono dalle assai più modeste indennità.

Enrico Mentana: “La precisa sensazione che quella per il referendum sarà la peggior campagna elettorale dei nostri tempi”. E siamo ancora a settembre.

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