Il Barone di Rignhausen

Magari un giorno qualcuno scriverà una raccolta sulle eroiche avventure dell’infaticabile Barone di Rignhausen: quello che, defenestrato l’incapace, avrebbe fatto repulisti degli inciuci; che in mille giorni, con la sola imposizione delle mani, avrebbe costruito dal nulla mille asili nido; il piè veloce che – “datemi la fiducia su tutto” – avrebbe tirato fuori il Paese dalle sabbie mobili con la stessa credibilità dell’altro Barone, quello di Munchhausen, che ne esce incolume tirandosi su e sempre più su dai propri capelli.

Vantandosi con gli amici delle sue inenarrabili gesta, il Barone di Munchhausen raccontò di quando scoprì un’isola fatta interamente di formaggio con campi di spighe da cui penzolavano pagnotte di pane cotte e dorate. Una fanfaronata da nulla se paragonata alla straordinaria scoperta del Barone di Rignhausen: il Sì. Un albero della cuccagna carico di ogni panacea.

Prestare fede alle mirabilia del Barone di Rignhausen significa scoprire, attraverso i suoi spettatori-cantastorie, che la riforma “elimina le lobby”; che la Ragioneria dello Stato ha certificato 57,7 milioni di risparmio solo “per gufare perché la riforma elimina i suoi privilegi”; che la riforma “è stata approvata dalla Corte costituzionale”; che i presidenti emeriti della Corte costituzionale “difendono i vitalizi regionali” e i “loro privilegi”; che la riforma “restituisce credibilità perché mette alla porta 215 senatori”; che “aspettiamo questa riforma da vent’anni”. Argomenti strapaesani messi alla berlina da un altro testo, quello della riforma.

Come possa la Costituzione ripulire il Parlamento dalle lobby lo sa solo il giureconsulto che ha scritto la facezia picchiettando col ditino sullo schermo del telefono.
Con incredibile sforzo, elevando ad interlocutore chi accusa di antipatia epidermica chiunque mette in discussione i racconti del Barone di Rignhausen, la Ragioneria dello Stato – organo del Mef – non verrà neppure sfiorata dalla riforma e in ogni caso l’Ente non ha nulla a che vedere con la Costituzione.
La riforma non è stata vagliata da nessuno, men che meno dalla Corte costituzionale. L’unico giudizio espresso è quello della Corte di Cassazione che ha solamente dichiarato ammissibile il quesito del referendum. Anzi, qualcuno della Corte costituzionale che ha giudicato la riforma c’è: sono i 10 presidenti emeriti e i 10 vicepresidenti emeriti della Consulta che hanno firmato l’appello per il No (che nulla ha a che vedere con i partiti che fanno campagna per il No).
Chi dice che la riforma elimina i vitalizi regionali ha letto un’altra riforma, evidentemente. La riforma elimina l’indennità per i senatori e fissa un tetto per quella percepita dai consiglieri regionali equiparandola a quella dei sindaci dei Comuni capoluogo di Regione (poco più di 7.000 euro, che possono aumentare a loro piacimento). La penosa invettiva contro i presidenti emeriti della Corte costituzionale accusati di difendere i loro privilegi è pretestuosa e facilmente svergognabile
Secondo uno studio della Uil le persone che vivono di politica sono 1.128.722 e i costi ammontano a 23,9 miliardi. La riforma smagrisce il Senato da 315 a 100 senatori e il risparmio massimo – calcola Roberto Perotti – includendo anche l’abolizione delle Province “di fatto che è già in gran parte avvenuta”, sarà di 150 milioni ma “solo ammesso che il Senato faccia molto downsizing”. Ogni ulteriore considerazione sarebbe superflua.
Chi impone l’aut aut “se non passa la riforma dovremo aspettare altri vent’anni” o è smemorato o non sa far di conto. Una riforma identica a questa è stata approvata – sempre strozzando il dibattito in Parlamento con ogni sorta di forzatura – solo dieci anni fa dal governo Berlusconi e poi fortunatamente bocciata dagli elettori. Se da allora non è stato intrapreso più alcun cammino di riforma costituzionale è perché nessuno ne sentiva il bisogno, neppure quelli che oggi sostengono il Sì ritenendolo un bivio tra la vita e la morte. Per di più, è futile votare la riforma urbi et orbi solo perché “è attesa da anni” senza riflettere sul cambiamento che produce, se è migliorativo o peggiorativo rispetto alla situazione attuale.

Il Barone di Rignhausen – dicono i sovversivi e rancorosi di Inps, Istat ed Eurostat – è riuscito nell’impresa, questa davvero straordinaria, di trasformare “l’incapace” in un gigante.

Secondo un aneddoto, nel medioevo la chiesa incluse fra i peccati capitali la tristezza perché indicava il disprezzo verso le opere di Dio. Il Barone di Rignhausen ha fatto lo stesso mettendo alla gogna anche il buon senso e la ragione.

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Un pensiero su “Il Barone di Rignhausen

  1. Troppo documentato, oggettivo e garbato: e neanche un pizzico di demagogia. Non funzionerà con un popolo che si lascia spiegare il mondo dalla De Filippi e dalla D’Urso ed elegge piazzisti che neanche ad una fiera strapaesana. Soltanto la fame potrà spingerci alla ragione e, purtroppo (o per fortuna?), l’Italia è molto vicina al baratro.

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