Il combinato disposto e i birichini del Sì

Un assunto banale ai più: la Costituzione con il mantra della stabilità politica non c’entra nulla. Il compito di stabilire il meccanismo di assegnazione dei seggi (se proporzionale o maggioritario), la natura dei collegi (uninominali o plurinominali) e di fissare la soglia di sbarramento spetta alla legge elettorale, l’unica che può definire la maggioranza di governo.

Il secondo governo Prodi cadde perché alcuni senatori furono acquistati dall’opposizione. Il governo che ne seguì, quello Berlusconi, si spense dopo soli due anni perché “lo spread e la bancarotta” e la legislatura fu portata a termine da Monti e altri sedicenti tecnici. La XVII legislatura, dopo le iniziali peripezie, trovò una sua maggioranza, ma Letta cadde perché gli fu sfilata la poltrona da sotto il sedere grazie ad una manovra di Palazzo (Renzi Matteo, 23 maggio 2016: “Sono andato al governo su richiesta del presidente Napolitano”). I governi precedenti il 2008 cadevano perché la maggioranza perdeva pezzi, non per colpa del bicameralismo paritario. Nel 1994 Bossi ha mollato Berlusconi; nel 1998 Bertinotti ha lasciato Prodi; nel 2000 D’Alema si è dimesso dopo la sconfitta alle Regionali.
Aspiranti premier che fanno le scarpe ai premier in carica, giri di poltrone, parlamentari che si vendono al miglior offerente: il problema non è la legge elettorale men che meno la Costituzione ma il malcostume proprio della classe politica italiana.

In altri ordinamenti, sempre invocati a vanvera dai sostenitori della riforma, è previsto l’istituto della “sfiducia costruttiva”: la fiducia al governo può essere revocata solo se contestualmente viene concessa ad una nuova maggioranza. Per garantire maggiore governabilità sarebbe bastato inserirla nel nostro sistema invece di riscrivere 47 articoli della Costituzione più approvare una legge elettorale liberticida.

Tornando ai giorni d’oggi, il rapporto che lega Italicum e riforma costituzionale è indissolubile perché l’unico ramo del Parlamento che dà la fiducia al governo sarà governato da un partito che avrà la maggioranza assoluta dei seggi (340 su 630) anche se valesse solo il 25% dell’elettorato perché il quorum al doppio turno scompare. Gli organi di garanzia – Capo dello Stato, Corte costituzionale e Csm – saranno inevitabilmente espressione della maggioranza di governo, che in realtà è una minoranza. Per di più, il premio andrà ad una lista, non alla coalizione tra più forze politiche, quindi la maggioranza di governo sarà di un solo colore. Altri due aspetti che rendono indivisibile il combinato sono i capilista bloccati e le multicandidature (copiati dal Porcellum) che consentono ai capi di partito di scegliersi i deputati.

Prima di dettare il contrordine lo stesso Renzi, il 24 febbraio 2014, disse che l’Italicum, la riforma del Senato e la riforma del Titolo V sono tre parti della stessa faccia“.

Fernanda Contri, giurista, magistrato, costituzionalista e giudice della Corte costituzionale dal 1996 al 2005: “La riforma costituzionale, abbinata alla nuova legge elettorale – l’Italicum – consegna al partito più votato (per ipotesi, dopo il primo turno in cui nessuno raggiunge il 40%, vince un partito al 29%) il 54% dei parlamentari della Camera, conferendo di fatto a tale partito e al suo leader un potere smisurato alla luce della riduzione dei poteri del Senato e del numero dei suoi membri. Sembra che non siano stati studiati gli opportuni contrappesi e sia stata sottovalutata la questione della divisione dei poteri”.

L’articolo 90 è un esempio pratico del perché la legge elettorale e la riforma costituzionale sono una cosa sola. L’articolo 90 non viene toccato dalla riforma e la messa in stato di accusa del Capo dello Stato continua ad essere di competenza del Parlamento che vota in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri: si tratta però non più di 315+630 membri elettivi (473 voti), ma solo di 366 voti, in ragione della riduzione del Senato a 100 membri. Poiché poi, per effetto dell’Italicum, 340 di questi membri sarebbero eletti in virtù del premio di maggioranza sotto la guida di un “capo della forza politica”, mancherebbero appena 26 voti a quest’ultimo per rimuovere il Capo dello Stato.

Il professor Salvatore Curreri, docente di diritto pubblico presso l’università Kore di Enna, trova nella minaccia all’instabilità spagnola l’occasione per dileggiare il “combinato disposto”:

“Cosa prevede il famigerato ‘combinato disposto’? Innanzitutto, elimina l’eccezione tutta italiana per cui il Governo debba avere la fiducia anche del Senato. In secondo luogo, interviene sulla legge elettorale, dando agli elettori il potere di decidere la maggioranza parlamentare, proprio per evitare ciò che la Spagna in questi mesi dimostra non essere un caso impossibile, e cioè che il paese vada in stallo perché le forze politiche non trovino un accordo”.

Per attribuire la fiducia in capo alla sola Camera dei deputati, se è quello il problema, bastava cambiare forse un solo articolo (il 94), certamente non 47, senza scippare in blocco il potere legislativo alle Regioni e senza svilire il Senato riducendolo ad una conventicola di vessilliferi nominati nei consigli regionali che non rispondono a nessuno del loro operato (in Germania i senatori hanno vincolo di mandato e possono essere rimossi dal Bundesrat dai rispettivi Land in qualsiasi momento).

Nel Regno Unito, spesso citato come modello, a garanzia del governo c’è la Camera dei Comuni, eletta a maggioranza in collegi uninominali, che può sfiduciare il premier e convocare le elezioni. Con l’Italicum, intascata la maggioranza assoluta rappresentando anche solamente 1/3 dell’elettorato, il governo regna indisturbato per cinque anni. Questo vuol dire consegnare il Paese nelle mani di una minoranza con le opposizioni che rappresentano la fetta più grande dell’elettorato a far da tappezzeria.

Come ho già scritto qui, l’articolo 64 della riforma riconosce, questo è vero, uno statuto  delle opposizioni, ma si limita a costituzionalizzarlo rinviando i poteri delle opposizioni a dei regolamenti parlamentari ancora tutti da scrivere: sarà cioè il governo a concederli o negarli magari a botte di decreti e voti di fiducia come accade già oggi.

Anche in altri ordinamenti è previsto il premio di maggioranza ma i deputati sono, dal primo all’ultimo, tutti eletti dai cittadini. Nessuna legge elettorale – né quella inglese, né quella tedesca, né quella francese, né quella spagnola, né quella greca – configura furbate che consentono ai capi di partito di scegliersi i deputati. Non trova riscontro in nessun’altra democrazia neppure il premio di maggioranza che l’Italicum assegna alla lista. Inoltre il rischio di “dittatura della maggioranza” insito nel premio è controbilanciato dappertutto.
Persino in un regime presidenziale come quello degli Stati Uniti, la sera delle elezioni il vincitore sa che sarà il presidente, ma non può sapere se riuscirà a governare con tranquillità. Per farlo dovrà ottenere la maggioranza sia alla Camera che al Senato, elette separatamente ed entrambe a suffragio universale.

Due senatori del Pd, Federico Fornaro e Carlo Pegorer, hanno calcolato che i capilista nominati che andranno alla Camera saranno il 60,8%, cioè 375 su 630. A questi deputati paracadutati dai capibastone di partito si aggiungono 100 consiglieri-senatori, pure loro nominati. Cioè: nel nuovo Parlamento, che eleggerà il presidente della Repubblica e parte dei membri della Consulta e del Csm, siederanno circa 475 nominati (due terzi) e 242 eletti (un terzo).

Proseguendo con la lettura dell’articolo si scopre che alla stessa maniera di una commedia le vere sorprese si annidano più nel sottotesto che nel testo:

“L’Italicum s’inserisce pienamente in questo contesto, assegnando un modesto premio di maggioranza (il 54%, il minimo vitale per chi voglia governare) non alla maggiore minoranza del primo turno – come scorrettamente i suoi detrattori sostengono – ma alla maggioranza che ha vinto il secondo”.

A chi si riferisce il professor Curreri con questo sofisma, non è dato saperlo. Alessandro Pace, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale, oggi presidente del comitato per il No, dichiarò in un’intervista a Repubblica il 30 gennaio 2014 che “data l’attuale situazione politica una soglia ‘ragionevole’ potrebbe essere, a tutto concedere, anche quella del 40. Ma, a stretto rigore, anche questa sarebbe criticabile”.

La soglia minima di voti (40%) necessaria per accaparrarsi la maggioranza assoluta dei seggi scompare nel ballottaggio, quindi l’Italicum riconosce 340 seggi su 630 anche al partito che può valere molto meno, il che non è una previsione astratta visto il problema tutto italiano dell’astensionismo.

Ma l’affermazione birichina è un’altra:

“Infatti, come ha ricordato la Corte costituzionale, la stessa che aveva poco prima dichiarato incostituzionale il c.d. Porcellum, ‘le votazioni al primo e al secondo turno non sono comparabili ai fini dell’attribuzione del premio’, il cui ‘meccanismo di attribuzione (…) e la conseguente alterazione della rappresentanza non sono pertanto irragionevoli, ma sono funzionali alle esigenze di governabilità dell’ente locale, che nel turno di ballottaggio vengono più fortemente in rilievo’ (sentenza n. 275/2014, 3.2 cons. dir.)”.

Antefatto: la sentenza n. 275/2014 si fonda sul ricorso presentato dal Tribunale di Trento contro il premio di maggioranza assegnato al doppio turno nelle elezioni per i Comuni con popolazione superiore ai 3.000 abitanti. Con quel ricorso, in sostanza, si chiedeva alla Consulta di applicare lo stesso principio che ha sancito l’incostituzionalità Porcellum dove assegnava il premio direttamente al primo turno.

Recita la sentenza: “Il presupposto da cui muove il giudice a quo non può essere condiviso, stante la netta diversità delle due discipline. La normativa statale oggetto della richiamata sentenza n. 1 del 2014 riguarda l’elezione delle assemblee legislative nazionali, espressive al livello più elevato della sovranità popolare in una forma di governo parlamentare. La legge regionale impugnata riguarda gli organi politico-amministrativi dei Comuni, e cioè il sindaco e il consiglio comunale, titolari di una limitata potestà di normazione secondaria e dotati ciascuno di una propria legittimazione elettorale diretta. […] Questa Corte ha già affermato, con riferimento ad elezioni di tipo amministrativo, che le votazioni al primo e al secondo turno non sono comparabili ai fini dell’attribuzione del premio“.

L’esegesi del professor Curreri è gravemente fuorviante per due motivi:

1. La sentenza si riferisce esclusivamente alla normativa regionale a causa della “diversità delle due discipline”;
2. L’omissis “con riferimento ad elezioni di tipo amministrativo” stravolge pesantemente il contenuto della sentenza che il professore stesso richiama.

La Corte recita a chiare lettere che l’incostituzionalità del Porcellum (nel caso specifico quella che si fonda sul premio di maggioranza svincolato da una soglia minima di voti) non si può riflettere sulle leggi elettorali dei Comuni stante – repetita – “la netta diversità delle due discipline”. La Corte non dichiara affatto legittimo il premio di maggioranza previsto al secondo turno dalle leggi elettorali di quei Comuni sminuendo perciò, come insinua il professor Curreri, la sentenza 1/2014.

Repetita per gli irriducibili: “Questa Corte ha già affermato, con riferimento ad elezioni di tipo amministrativo, che le votazioni al primo e al secondo turno non sono comparabili ai fini dell’attribuzione del premio”.
Il premio di maggioranza assegnato al primo turno e quello assegnato al secondo turno “non sono comparabili” non perché il secondo, contrariamente al primo, rispetta i princìpi della Costituzione, ma perché l’ordinamento regionale non è paragonabile a quello parlamentare. “Il meccanismo di attribuzione del premio e la conseguente alterazione della rappresentanza non sono pertanto irragionevoli” perché riguardano l’assetto regionale.

Se un professore di diritto pubblico omette simili incisi fa la stessa figura barbina di chi ostinatamente cerca di infilare un triangolo in un incavo quadrato.

Questa grottesca interpretazione per giustificare il premio di maggioranza dell’Italicum che è l’unico – secondo il professor Curreri – in grado di scongiurare l’effetto spagnolo. La Spagna, in realtà, ci dice che l’instabilità politica non è sinonimo di crisi economica come scorrettamente pubblicizza il fronte del Sì, e che la qualità delle riforme non dipende dalla coesione della maggioranza ma da chi le scrive. Un dossier di Openpolis – dall’eloquente tiolo, Premierato all’italiana” – denuncia che “10 atti che diventano legge, 8 sono di iniziativa del Governo e solo 2 del Parlamento . Interessante notare come durante i Governi di ‘larghe intese’ i maggiori margini che aveva avuto il Parlamento durante l’Esecutivo Monti sono stati drasticamente ridotti con Letta per poi riassestarsi con Renzi al rapporto di 8 a 2. […] Il piccolo spazio riservato al Parlamento nella produzione legislativa è reso ancora più misero dal ricorso del voto di fiducia dal parte del Governo. Se con Letta il 27% delle leggi ha necessitato di un voto di fiducia , la percentuale è salita al 34% con Renzi. In aggiunta è da notare come i provvedimenti più dibattuti ha richiesto anche più di un voto di fiducia, negli ultimi anni il record è delle Riforma Fornero durante il Governo Monti con ben 8 voti di fiducia”.

Per gettare ulteriormente nel ridicolo chi propone l’equazione bicameralismo paritario = morìa delle vacche, leggasi le poche ma incisive righe del costituzionalista e professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa Andrea Pertici: “Ma quale semplificazione: la riforma complica tutto 180 delle 224 leggi di questa legislatura sono state approvate a seguito di un solo passaggio in ciascuna Camera e anche nei rari casi in cui è servito un passaggio in più, se la maggioranza ha voluto, il tutto è avvenuto in tempi rapidi. Ora, a seguito della revisione, la situazione sembra peggiorare“.

Corollario: gran parte delle riforme approvate dal governo Renzi – quelle che hanno prodotto crescita zero e che ora costringono l’esecutivo a mendicare altro deficit – sono state pensate, scritte e approvate dalla maggioranza di governo senza discutere con le opposizioni e senza che ci fosse più di un rimpallo tra Camera e Senato.

È dal governo Monti che il Parlamento ha una serie di esecutivi stabili che legiferano spediti a botte di decreti e voti di fiducia eppure l’economia non è migliorata e se non riusciamo a primeggiare su tutti è solo perché la Grecia, seppur di poco, sta messa peggio. Vuoi vedere che la qualità delle riforme non dipende dalla stabilità del governo e dalla velocità di approvazione ma dalle noci di cocco che le scrivono? Jobs Act, 80 euro, Buona scuola, Salva banche e Imu eliminata anche per i Paperoni sono la prova che il decisionismo fa più danni della grandine.

La Spagna nonostante i ripetuti cambi di governo continua a crescere mentre l’Italia degli annunci sfavillanti, con il suo governo stabile, si è disintegrata contro i numeri di Eurostat.

Cosa ne sarà dell’Italicum lo scopriremo solo vivendo, ma anche un proporzionale puro (come quello previsto da Ingrao, citato a sproposito dai sostenitori del Sì) non mitigherebbe i difetti di questa brutta riforma per i motivi già ampiamente elencati (sempre qui).

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