Le ragioni del Sì e la dura lotta con la realtà

ragioni e ossimori

Innanzitutto chi è questo pericoloso, vile, sacrilego e sovversivo conservatore, al secolo Giovanni Maria Flick? Giurista e accademico già Ministro della giustizia nel primo governo Prodi, è stato presidente della Consulta e oggi ha firmato l’appello per il No insieme ad altri 55 costituzionalisti, fra i quali figurano 10 presidenti emeriti e 10 vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale.

Potrei fare un collage con altri insigni commenti a sostegno del Sì ma per amor di patria mi fermo qui e poi tra i tanti pittoreschi personaggi che s’incontrano in internet questo basta e avanza perché è quello che più di tutti meglio definisce il concetto di trombone del massimalismo.
Dunque il presidente emerito della Consulta Flick vuole solo mantenere la pensione, ma fa campagna in difesa dei vitalizi regionali. Ed è forte, come cosa.

Volendo fare un po’ d’ordine in questo confuso concentrato di demagogici slogan raccattati qua e là tra un tweet e un altro:

1. I giudici della Corte costituzionale non percepiscono il vitalizio ma la pensione che naturalmente tiene conto anche del periodo trascorso alla Consulta (durante il quale hanno versato i contributi di legge) e la presidenza della Corte incide sulla pensione solo per la parte dei contributi versati. La retribuzione dei giudici della Consulta è stabilita con legge ordinaria n.87 del 1953; legge ordinaria che può essere modificata semplicemente dal governo e senza dover mettere mano alla Costituzione (come infatti è stato fatto nel 2002). In ogni caso la riforma Boschi non va ad intaccare nulla di tutto questo, ergo le accuse a Flick, e di conseguenza a tutti i presidenti emeriti della Corte, sono false e ingiuriose.
2. La riforma Boschi non prevede la riduzione dei vitalizi regionali ma attraverso l’art. 34 intende fissare l’indennità dei consiglieri regionali pari a quella percepita dai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione (pari a 7.018,65 euro, che possono aumentare a loro piacimento alzando di conseguenza quella consiglieri regionali).

La reclamé “abbiamo abolito il bicameralismo perfetto” forse non riesce ad attecchire il consenso come si spera (probabilmente perché alcuni, testo alla mano, si rendono conto che non è vero) e dunque la campagna sterza in tutt’altro campo, quello più futile dei soldi, per puntare dritto alla pancia degli elettori.

La Ragioneria dello Stato – organo del Mef preposto a tenere i conti della spesa pubblica – avvisava che “con riferimento ai possibili risparmi derivati dall’art. 34 e dall’art. 39 comma 2, si rappresenta di non disporre di elementi utili da fornire in merito”. Insomma, non è neanche detto che l’attuazione di quegli articoli porti ad un risparmio significativo.

La riforma con la modifica dell’art. 69 limita l’indennità ai soli membri della Camera quindi i consiglieri-senatori non ne avranno più diritto in quanto inquilini del Senato. Ma, ovviamente, continueranno a prendere l’indennità e i rimborsi dalle Regioni per l’incarico di senatore e oltre a questi percepiranno i rimborsi per viaggio, vitto, alloggio, portaborse e segreteria per l’attività svolta come senatore a Roma, spese per le casse pubbliche per le quali non è previsto un tetto. Le spese di rappresentanza, segreteria, ufficio stampa etc. resteranno inalterate insieme a quelle del personale perché riguardano il Senato in sé, che non è stato abolito come chiedevano quelli che oggi ad ogni critica nel merito vengono solo sommersi dagli insulti (“gufi”, “rosiconi”, tromboni costituzionali”).

Secondo uno studio della Uil “un milione di persone vivono di politica” e Il Sole 24 Ore calcola che “i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a 23,2 miliardi di euro tra funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche, consulenze e costi derivanti ‘dalla sovrabbondanza del sistema istituzionale'”. A fronte di questo esercito di politici fa specie che i sostenitori del Sì continuino a credere che eliminando 100 senatori su 315 si metta mano ai loro privilegi e addirittura che si riducano i costi della politica.

È interessante notare come una riforma nata per proiettare l’Italia nel “futuro” si sia trasformata in una riforma che più banalmente e demagogicamente accarezza l’antipolitica di far risparmiare soldi. E allora chissà quanti soldi, si domanderà qualcuno: spiccioli, 500 milioni, e raggiunti volando con la fantasia.

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