È la tua risposta definitiva?

Renzi Matteo, 15 gennaio 2014: “Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica.”
Boschi Maria Elena, 09 agosto 2016: “500 milioni di risparmio ogni anno come dice la Ragioneria dello Stato.”

Improponibile fino a ieri ma è successo veramente: il premier sbugiardato dalla sua ministra prediletta (in buona fede, sia chiaro, non vorrei costarle la scomunica). Epperò – mi perdoni Lessing – la smentita della bugia è essa stessa una bugia.

In mezzo a questi slogan futuristi che fanno a pugni tra di loro (la campagna è sempre più febbrile e non hanno nemmeno tempo per sincronizzare le balle) c’è un documento della Ragioneria dello Stato datato 28 ottobre 2014 e voluto dallo stesso ministro Boschi nel quale si certificano numeri ben lontani da quelli propagandati dal governo: il risparmio calcolato è di appena 57,7 milioni, di cui 49 milioni derivanti dal ridimensionamento del Senato e 8,7 milioni dalla soppressione del Cnel.

Il risparmio millantato dal ministro Boschi viene rivangato con cadenza mensile, era l’8 giugno 2016 quando durante il question time della Camera si sentì per la prima volta parlare dei 500 milioni.

Nel question time il ministro Boschi affermava che “dalla eliminazione delle Province arriverà un risparmio di 320 milioni all’anno solo per le spese del personale politico, e 20 milioni all’anno arriveranno dalla abolizione del Cnel”.
Fermo restando che il Cnel vale 8,7 milioni, sempre in quel documento dell’ottobre 2014 la Ragioneria dello Stato segnalava che i risparmi di spesa derivati dalla soppressione delle Province “non sono allo stato quantificabili” e che “i risparmi di spesa in questione potranno essere quantificati solo a completa attuazione della citata legge n. 56/2014”. Legge ordinaria che riguarda il “riordino del comparto” e che dunque non ha nulla a che vedere con la riforma costituzionale, la quale si limita a cancellare la parola “Provincia” dalla Costituzione. Da dove arrivino quei milioni, lo sa solo il ministro.
Per di più, l’“eliminazione” corrisponde in verità ad un cambio di nome, da Provincia a Città Metropolitana o in altri casi da Provincia a Ente di area vasta, già avvenuto ad esempio a Roma e Torino quindi estraneo alla riforma costituzionale.

La Ragioneria dello Stato ha certificato un risparmio di 57,7 milioni senza però tener conto dei rimborsi che spetteranno ai consiglieri-senatori per trasferta, vitto, alloggio, portaborse e segreteria i quali probabilmente potrebbero ridurre un risparmio di per sé già irrisorio.

Il ministro Boschi, facendo riferimento all’Economic survey del 2015 dell’Ocse, parlava anche di un aumento dello “0,6% di Pil in più grazie alle riforme politiche e istituzionali“. Purtroppo neanche questo è vero perché in quel documento l’Ocse conteggiava solo le riforme economiche: lo studio riguardava il lavoro, il taglio del cuneo fiscale e la riforma del sistema fiscale. L’Ocse, contrariamente a Confindustria e altri turiboli governativi, fonda le sue stime su dati econometrici, non spara numeri a casaccio.

Il 7 giugno 2016 l’onorevole Arturo Scotto (Sel) presenta insieme ad altri deputati un’interrogazione parlamentare chiedendo “se il Ministro […] sia in grado di fornire con la massima sollecitudine al Parlamento una nota evidentemente successiva (a quella del 28 ottobre 2014, nda) ma in ogni caso asseverata dal Ragioniere generale dello Stato, dalla quale emerga in modo inconfutabile il dato, ribadito in più di una occasione alla stampa nazionale dallo stesso Presidente del Consiglio dei ministri, di 1 miliardo di euro di risparmi ottenuti dalla riforma costituzionale”.

A quell’interrogazione né il ministro né il governo hanno mai risposto, ciononostante, essendo i risparmi diretti e accertati di soli 57,7 milioni, il ministro Boschi continua ad occupare televisioni e giornali attribuendo bellamente alla Ragioneria dello Stato numeri che non ha mai fornito.

Il governo auspica a più riprese una “discussione nel merito” eppure tutte queste affermazioni sono solo propaganda che vanno ad arricchire un bestiario già tracimante di volgari parallelismi e scenari apocalittici. I sillogismi sono: chi vota No è fascista come CasaPound; è un partigiano vero solo chi vota Sì; con la riforma il Pil aumenta del 6% in dieci anni; per combattere il terrorismo serve un’Italia forte grazie alle riforme.
Talvolta non bisogna neppure tradurre le inverosimili esposizioni della madre riformatrice perché il ragionamento apertis verbis è proprio quello come nel caso dei partigiani veri e della mirabolante ripresa economica.

Ieri il ministro Boschi non è riuscita ad invertire questa irresponsabile tendenza: chi vota No non rispetta il lavoro del Parlamento. Quindi è lecito solo votare Sì. Un ministro che tiene in ostaggio la Costituzione e semina il panico, lei sì che rispetta il Parlamento, l’istituto del referendum, la libera scelta dei cittadini e il diritto ad una corretta informazione.
Mancano “se vince il Sì sarà Natale tre volte l’anno” e “se vince il No ci sarà la morìa delle vacche”. Ma per questo c’è ancora tempo fino a ottobre. O novembre. O dicembre. Insomma, fino a quando avranno deciso che potremo votare.

Su come ha lavorato il Parlamento, poi, c’è molto da obiettare.

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