Faccio riforme, vedo numeri

Scrive il Treccani: “[punto essenziale: vediamo il m. di questo problema] ≈ nocciolo, sostanza. ● Espressioni: entrare nel merito (di qualcosa) [occuparsi degli aspetti sostanziali di un problema] ≈ affrontare, discutere, prendere in esame, trattare”.
Il premier Renzi e il ministro Boschi non devono aver colto il senso dei loro stessi richiami a discutere sui contenuti della riforma visto che li disattendono vieppiù con slogan e mistificazioni.

Sabato 6 agosto il TG5 ha mandato in onda un intervento del ministro Boschi. Precisamente al minuto 15:20 potete ascoltare con le vostre orecchie il ministro Boschi affermare che la riforma è stata approvata “con una maggioranza anche molto ampia perché ha raggiunto quasi il 60% dei parlamentari in tutte e sei le votazioni“.

Nelle sei votazioni fra Senato e Camera, neppure all’inizio quando Forza Italia era della partita, il ddl Boschi ha ottenuto 60%. In ogni caso la maggioranza qualificata dei due terzi, ossia il 66% degli aventi diritto, in nessuna votazione è stata mai raggiunta.

votazioniriforma

Il ministro Boschi durante i suoi esclusivi tour aperti a pochi astanti (accuratamente selezionati fra quelli che applaudono più forte) finge di non sapere che l’attuale maggioranza è falsata dal premio dell’incostituzionale Porcellum senza il quale il Pd avrebbe solamente 180 seggi. Quella maggioranza che ha sostenuto la riforma è, in realtà, una minoranza di politici perlopiù nominati gonfiata con trucchetti e raggiri che la Corte costituzionale ha cassato con la sentenza 1/2014. Senza quel premio di maggioranza incostituzionale, che ha “rotto il rapporto di rappresentanza”, il governo non avrebbe avuto i numeri per approvare la riforma.

Per certificare questa nuova bubbola del ministro Boschi basta ascoltare cioè che ha detto lo scorso 31 luglio l’altro costituente, il plurindagato Verdini: “La somma dei partiti presenti in Parlamento contrari al referendum supera di gran lunga il 60%”.

Gioca con la parola “referendum” ma è chiaro che si riferisce alla riforma in sé.

Quando il ministro Boschi parla di “discussioni importanti” finge di non ricordare le forzature adottate dal governo per giungere all’approvazione: ricattivoti di fiducia, rimozione dei senatori dissidenti, sedute fiume in tarda notte e “canguri” per tagliare gli emendamenti delle opposizioni applicati anche al Senato nonostante il regolamento non lo preveda.

Più che discutere si è fatto di tutto per umiliare il Parlamento.

Inoltre in ogni fase dell’iter parlamentare il ddl Boschi non ha mai ottenuto i due terzi necessari per evitare il referendum e questo mette alla berlina un’altra bugia nera pronunciata da Andrea Romano nella puntata di In Onda trasmessa l’8 agosto quando ha sostenuto che il referendum è stato voluto dal governo. Il referendum oppositivo è sempre stato all’ordine del giorno perché la riforma non è stata approvata da una maggioranza qualificata. Il referendum non è una gentile concessione del governo, si è reso obbligatorio ai sensi dell’articolo 138 perché è mancata la maggioranza dei due terzi in Parlamento. L’onorevole Romano va in giro a rampognare i miscredenti per convincerli a votare Sì su una cosa che dimostra di non conoscere, la Costituzione.

Questo Parlamento non è neanche legittimato a spingersi così oltre e riscrivere 47 articoli della Costituzione. Il principio di continuità dello Stato richiamato dalla Corte nella sentenza 1/2014 prevede – ricorda il costituzionalista Alessandro Pace – “due esempi di applicazione: la prorogatio dei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.) e la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi”.

Il ministro Boschi ancora una volta non è entrata nel merito della riforma nonostante l’invito del presidente Mattarella ad un confronto sui contenuti per consentire agli elettori di esprimersi “con piena consapevolezza”.

Nel frattempo il comitato per il No sostenuto da 56 costituzionalisti – fra i quali 10 presidenti emeriti e 10 vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale – ancora non trova spazio in televisione e nei giornali. Ma conosciamo il perché.

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