La corsa allo spazio

Dopo Federico Moccia (regista), Roberto Benigni (attore, comico e regista), Gianluigi Buffon (portiere della Juventus e della nazionale di calcio), Susanna Tamaro (scrittrice), Paolo Crepet (psichiatra) e altri illustri esperti tra gastroenterologi, oftalmologi, emeriti di elettrotecnica, esperti di tourism management, ordinari di informatica, emeriti di chimica generale e inorganica, ordinari di storia del cinema e di filmologia, oftalmologi e docenti di università online alla fine sono arrivati anche i tanto agognati costituzionalisti a sostenere il Sì. Difronte a questa notizia alcuni titolisti non hanno saputo trattenere l’entusiasmo: 184 costituzionalisti firmano per il Sì!

Prendo spunto riportando quelli più autorevoli enumerati negli stessi panegirici dei giornaloni che hanno titolato “184 costituzionalisti per il Sì”.

Stefano Ceccanti, costituzionalista e professore ordinario di diritto pubblico comparato, si è candidato per il Pd nelle ultime politiche. Fu voluto dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella commissione dei saggi che aveva il compito di modificare l’articolo 138 (quella commissione che la costituzionalista Lorenza Carlassare abbandonò affermando “a questa aspirazione autoritaria io non ci sto e quindi la mia idea sarebbe di portare la mia voce dissidente, ma forse ho sbagliato perché questa voce dissidente non avrà alcuno spazio”). Collabora anche con l’Unità, giornale di partito sdraiato sulla narrazione renziana.
Vincenzo Lippolis, ordinario di diritto costituzionale. Si legge nella sua biografia pubblicata sul sito dell’Università degli studi Internazionali di Roma che “dal settembre 2008 è Capo di gabinetto del Ministro per i rapporti con il Parlamento”. Sul sito della società editrice il Mulino (che ha pubblicato il suo libro dedicato alla presidenza di Napolitano) è scritto che “è stato componente del Comitato di redazione della Commissione per le riforme istituzionali del 2013”. Riforme anche quelle volute da Napolitano.
Franco Bassanini, docente di diritto costituzionale, è attualmente il consigliere personale di Renzi per quel che concerne il piano sulla banda larga. Bassanini firmò nel 2006 un altro appello, con il presidente della Consulta, Leopoldo Elia, per ammonire che “la Costituzione va ammodernata, ma sulla base di una vera condivisione tra maggioranza e opposizione” e che “nessun Paese può progredire se ogni nuova maggioranza riscrive la Carta secondo le logiche di parte”. Respingeva anche “l’idea di una grande riforma costituzionale […] semplicemente perché non ce n’è bisogno”. E ancora: “Le Costituzioni sono destinate a durare nel tempo. Non cambiano a ogni cambio di maggioranza”.La riforma del 2006 era quella di Berlusconi, simile sia nel merito che nel metodo a quella di Boschi.
Salvatore Vassallo, politologo, non c’entra nulla col diritto costituzionale. Ma visto che è stato eletto con il Pd, è costituzionalista per acclamazione.
Angelo Panebianco, politologo e saggista, prende posto con il prof. Vassallo tra i “costituzionalisti” che spopolano nella fertile fantasia dei sostenitori del Sì. Leggendo la sua pagina di Wikipedia ho appreso che è di “impostazione teoretica liberale influenzata dall’elitismo”, principio secondo il quale a comandare deve essere un numero ristretto di persone. E qui si spiega il suo Sì.
Guido Tabellini, economista e rettore dell’Università Bocconi dal 2008 al 2012. Costituzionalista neanche per sbaglio, fece parte anche lui dei saggi ai quali fu affidato il compito di riformare la Costituzione durante il governo Letta. Riforma della Costituzione anche quella voluta da Giorgio Napolitano, l’emerito che ha spalleggiato la scalata dell’attuale premier (Matteo Renzi, 23 maggio 2016: “Sono andato al governo su richiesta del presidente Napolitano”). È membro del CdA della Cir di Carlo De Benedetti.
Pasquale Pasquino, illustre politologo della New York University. Il professor Pasquino è talmente renziano (e per questo, “costituzionalista”) che ad ogni critica mossa al ddl Boschi rispolvera la retorica di berlusconiana memoria “comunisti, ce l’hanno tutti con lui!”.
Michele Salvati, economista, politologo e giornalista del Corriere. Per le contingenze del momento, arruolato anche lui come “costituzionalista”. Il 21 novembre 2012 scrisse sul settimanale Arcipelago di Milano che avrebbe votato Renzi alle Primarie (con quali argomentazioni, lo lascio scoprire a voi).
Tiziano Treu, ex professore ordinario di diritto del lavoro ed ex ministro del lavoro e dei trasporti. Quale parte del suo percorso formativo e lavorativo può anche solo lasciar intendere che è un costituzionalista? Anche lui, neanche a dirlo, è vicino al Pd. Fu scelto da Renzi come commissario dell’Inps fino all’arrivo di Tito Boeri e poi nominato (sempre da Renzi) tra altri esperti da affiancare a Tommaso Nannicini col compito di occuparsi di economia e lavoro.

Questi sono i “costituzionalisti” più autorevoli, quelli sbandierati dai giornaloni. “184 costituzionalisti per il Sì” merita il podio in quel florilegio di slogan futuristi tanto cari al ministro Boschi per le sue pubblicità (primo posto: “I partigiani, quelli veri, voteranno Sì”; secondo posto: “se vince il Sì avremo una crescita dello 0,6% all’anno per dieci anni”).

Gaetano Azzariti, costituzionalista e professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Sapienza di Roma: “Perché tanti fautori dell’attuale riforma si opposero allo stravolgimento della costituzione nel 2005? Solo perché a proporla erano le forze del centrodestra? Ovvero perché era una riforma anch’essa fortemente innovativa, e però di segno regressivo? Se – come dev’essere – è il senso del cambiamento che deve essere valutato e non certo la mera capacità di cambiare (in peggio) è chiaro che l’argomento di non riuscire più a modificare l’assetto costituzionale perde molta della sua forza. Ma poi è questa una previsione priva di riscontro storico. Se ci volgiamo al passato non può dirsi che dopo i fallimenti delle ‘grandi’ revisioni del testo costituzionale si sia arrestata la capacità dei parlamenti di modificare il testo costituzionale. Dalla riscrittura del Titolo V all’introduzione del pareggio di bilancio, non è mai mancata la spinta al cambiamento del testo costituzionale. E non sempre è stato in meglio”.

Ma cosa hanno firmato i “184 costituzionalisti”? Ce lo dice il manifesto:

“È assai simile al contenuto dei documenti governativi. Ma è interessante il passaggio sulla nuova legge elettorale, che evidentemente anche i sostenitori del Sì fanno fatica a difendere. Si raccomanda infatti agli elettori di votare al referendum pensando solo alla riforma costituzionale e non all’Italicum, che in ogni caso sarà soggetto al vaglio della Corte costituzionale. E poi si truccano un po’ i conti, si dice che in fondo questa nuova legge maggioritaria concede al vincitore un vantaggio di soli 24 seggi. A prima vista una smentita totale dei tanti allarmi lanciati in questi mesi da chi vede nell’Italicum un sistema per blindare la maggioranza, alla quale vengono regalati 340 seggi. Il calcolo dei professori per il Sì è fatto immaginando che tutto il resto del parlamento, i 290 deputati residui – e dunque in ipotesi grillini, leghisti, sinistra radicale e berlusconiani – si comporti come un blocco unitario. E anche in questo caso, la differenza tra 340 seggi e 290 fa 50. Ma, ecco il sofisma, se 26 di questi senatori di maggioranza passassero a votare con l’opposizione, potrebbero rovesciare il governo. Dunque la maggioranza è di soli 24 deputati. Fuori dal sofisma, le simulazioni dimostrano che con l’Italicum chi vince al ballottaggio di un solo voto, anche avendo raccolto il 20% al primo turno, avrà circa 230 deputati in più rispetto al secondo partito”.

Come Massimo Cacciari, che motiva il suo Sì alla riforma Boschi definendola una “puttanata […] concepita male e scritta peggio”, anche i “184 costituzionalisti” hanno problemi a digerirla e giustificarla. Inoltre – repetita iuvant –  l’appello firmato “è assai simile al contenuto dei documenti governativi”.

Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale: “La riforma costituzionale non tocca solo il Senato, ma in generale redistribuisce i poteri in maniera tale che il baricentro si sposta radicalmente a favore dell’esecutivo. Il Parlamento risulterà sottomesso alle iniziative del governo. Gli organi di controllo, Corte costituzionale e perfino il presidente della Repubblica, ricadranno nell’orbita di Palazzo Chigi. Non di per sé, ma per l’effetto congiunto della riforma costituzionale e della legge elettorale. La verità è che i problemi istituzionali vanno visti nella complessità di tutti i loro elementi”.

Il nuovo articolo 64 previsto dalla riforma non codifica i diritti delle minoranze parlamentari, né quello di istituire commissioni parlamentari d’inchiesta, né quello di ricorrere alla Consulta contro le leggi approvate dal governo. Il nuovo articolo 64 rinvia i diritti delle opposizioni esclusivamente ai regolamenti parlamentari ancora tutti da scrivere: cioè sarà il partito che governa a concederli o negarli e le opposizioni dovranno accettare in silenzio. Dunque un partito minoritario potrà governare incontrastato dall’alto del 54% dei seggi (340 su 630) l’unico ramo del Parlamento che dà la fiducia al governo e le opposizioni che rappresentano la maggioranza dell’elettorato saranno relegate a far da tappezzeria. Grazie all’abnorme premio di maggioranza previsto dall’Italicum, gli organi di garanzia – Csm, Corte costituzionale e capo dello Stato – rientreranno nell’orbita del governo.
Con la riforma che non prevede alcun contropotere sia interno che esterno alla Camera, è evidente che sommando l’Italicum diventa impossibile trovare una giustificazione a questo sistema liberticida che sia in linea con i più elementari princìpi democratici.

La riforma prevede ancora un sistema di tipo bicamerale su 22 categorie di norme (già, il bicameralismo perfetto non è stato abolito) e anche sulle leggi ordinarie il Senato potrà sempre dire la sua innescando ancora il rimpallo tra i due rami del Parlamento questo però non sta a significare che eserciterà poteri di controllo per bilanciare il dominio della Camera.
Per le leggi ordinarie dove l’approvazione spetta alla Camera, il Senato ha tempo 10 giorni per riesaminare il testo se a chiederlo è un terzo dei suoi membri. Ma i consiglieri-senatori possono anche lasciare tutto com’è, oppure emendare la legge entro 30 giorni. Nel secondo caso, la legge modificata dal Senato torna alla Camera che ha l’ultima parola, con due opzioni: può accogliere e confermare gli emendamenti del Senato. Ma può pure decidere di ignorarli e ripristinare il testo originario, a maggioranza semplice.
La Camera ha sempre l’ultima parola potendo aggirare facilmente le modifiche proposte dal Senato (ammesso che le presenti, perché non è obbligato a farlo).
Tra l’altro gli strumenti che vengono adottati non corrispondono ad un principio di coerenza con gli obiettivi prescelti dal governo tra i quali quello di superare il bicameralismo perfetto per snellire il procedimento legislativo.

Grazie al trucchetto che trasforma minoranze in maggioranze, i capilista bloccati e le multicandidature (tutti vizi copiati dall’incostituzionale Porcellum), la Camera sarà governata da un partito che può valere anche solo il 20% e i parlamentari, complice il Senato, saranno per due terzi nominati. Il Senato invece diventerà una conventicola di consiglieri-senatori scelti personalmente dai cacicchi locali nei Consigli regionali (tra i tanti inquisiti e pregiudicati, ai quali verrà regalata l’immunità parlamentare). Nell’insieme un ristretto numero di politici avrà nelle sue mani uno strapotere incontrastato e incontrollabile.

Hanno firmato l’appello per il No tutti i più importanti e autorevoli costituzionalisti, dei più diversi orientamenti politici e culturali, fra i quali 10 presidenti emeriti e 10 vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale. Come ribaltare questa disparità? Mistificando, ovviamente. Quindi con un colpo di penna filosofi, storici, economisti, tributaristi, politologi e sociologi si trasformano magicamente in costituzionalisti. E quelli che sono davvero costituzionalisti, sono anche loro consulenti di governo vicini al Pd renziano.

Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky, Ugo De Siervo, Annibale Marini, Paolo Maddalena, Enzo Cheli e altri 50 costituzionalisti che oggi sostengono nel merito le ragioni del No sono scorrettamente liquidati come “professoroni” che si oppongono al cambiamento (come se “cambiamento” fosse sinonimo di “miglioramento”) e che vogliono restare nella palude (per “palude” è intesa la Costituzione che anche i sostenitori del Sì definiscono la “più bella del mondo”).

“Il bicameralismo perfetto è certamente una duplicazione difficilmente giustificabile”. “Apprezzabile è l’intento di alleggerire i posti della politica”. “Si dovrebbe intervenire sulla struttura bicamerale”.

Queste non sono dichiarazioni di Renzi, Boschi o Verdini ma parole pronunciate dai costituzionalisti che negli ultimi due anni hanno avanzato proposte di modifica al ddl Boschi. Alcuni hanno persino proposto l’abolizione tout court del Senato superando quindi l’attuale riforma che non elimina il bicameralismo perfetto. Hanno proposto l’abolizione del Senato bilanciandola con i dovuti contrappesi, cosa che la riforma di 47 articoli della Costituzione nata su iniziativa personale del governo Renzi non fa.

Dunque, perché No?

Alessandro Pace, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Roma: I punti controversi sono molti. Innanzitutto il ddl Renzi-Boschi nega l’elettività diretta del Senato, ancorché gli venga contraddittoriamente ribadita la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contropoteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sette/otto tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; sottodimensiona la composizione del Senato (100 contro 630) rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune relative alla elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM. Mentre per quanto riguarda i giudici della Corte costituzionale ne attribuisce irrazionalmente tre ai 630 deputati e addirittura due ai 100 senatori con non un nascosto intento di poterli facilmente far rientrare nel novero delle competenze del Governo“.

L’accentramento del potere, anzitutto: spropositato e ingiustificabile. Governerà un partito minoritario che non potrà essere controllato e difficilmente neppure sfiduciato in virtù della maggioranza di 340 seggi su 630. Inoltre, essendo la Camera nominata per il 60,8%, una parte di quella maggioranza monocolore (il premio andrà non più alla coalizione ma alla lista) sarà composta da deputati selezionati tra quelli più fedeli al premier che dipenderanno da lui in quanto capo del partito per la loro elezione e rielezione (il Senato sarà escluso dal sistema fiduciario). Gli organi di controllo – Csm, Corte costituzionale e capo dello Stato – saranno espressione del governo.

Gaetano Azzariti, costituzionalista presso l’Università Sapienza di Roma: “Si sostiene che la fine del bicameralismo paritario – e, più in generale, il nuovo assetto dei poteri – produrrà una semplificazione. Il parlamento approverà più rapidamente le leggi una volta limitati i poteri del senato. È così? Il passaggio da un unico iter di formazione a sette diversi modi di fare le leggi non sembra in realtà un buon indice di semplificazione. Tanto più se si considera l’elenco confuso che è stato formulato che rende assai arduo individuare dei chiari criteri di scelta per stabilire quale iter seguire. Non può neppure dirsi che si siano abbandonate le logiche – ritenute perverse – del bicameralismo, almeno in tutti i casi in cui sono ancora previste leggi bicamerali. L’elenco è tassativo, ma assai nutrito. Sarà anche difficile separare queste leggi dalle altre. Saranno i presidenti dei due rami del parlamento a stabilire, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, da un lato elevando il tasso di politicità della scelta e dunque esponendosi a contestazioni parlamentari, dall’altro non evitando gli effetti di un aumento della conflittualità che porterà la Corte costituzionale a diventare arbitro ultimo dei vizi procedurali. Più che semplificare risulterà ben più complesso fare le leggi”.

Non produce semplificazione. Il bicameralismo perfetto, iter legislativo semplice che prevede solo due sistemi per approvare le leggi (due passaggi identici fra Camera e Senato per quelle ordinarie, quattro passaggi identici per quelle costituzionali), verrà sostituito da dieci diversi meccanismi (stabiliti nel famoso articolo 70, l’emblema di questa riforma confusa, pasticciata e contraddittoria, che rinvia ad altre disposizioni della Costituzione per ben undici volte).

La riforma Boschi non solo mantiene il bicameralismo perfetto su 22 materie ma lo trasforma rendendo confuso e lungo l’iter legislativo: diventano dieci le modalità previste di approvazione di una norma (l’articolo 70 è talmente prolisso e contorto che è controverso persino stabilire con esattezza quante procedure introduce: secondo il costituzionalista Gaetano Azzariti sono sette, secondo altri dieci). La navetta parlamentare (Camera – Senato) non è stata abolita ma incasinata.
Anche nei casi in cui le leggi non sono di tipo bicamerale, sebbene la “riforma” affermi che “sono approvate dalla Camera dei deputati”, rimbalzeranno al Senato se questo ne farà richiesta entro dieci giorni.
Chi avrebbe voluto che si passasse al monocameralismo sono proprio i “professoroni” accusati ingiustamente dai sostenitori del Sì non voler cambiare nulla.

L’attuale sistema bicamerale, inoltre, non è affatto lento come ripetono i sostenitori del Sì per pubblicizzare la riforma. Lo dicono i numeri: qui, qui e addirittura qui.

Joerg Luther, giurista e costituzionalista presso l’Università di Torino: “I punti deboli sono l’insufficiente legittimazione democratica del nuovo Senato, l’indebolimento complessivo del Parlamento rispetto al governo, l’insufficiente coordinamento delle procedure di legislazione urgente e di decretazione d’urgenza”.

Alessandro Pace, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Roma: “Leopoldo Elia, autorevolissimo costituzionalista spesso ricordato dallo stesso ex Presidente Napolitano, precisò, in maniera definitiva, che si ha elezione indiretta «in senso proprio» solo quando siano previsti a tal fine dei «grandi elettori», come appunto accade in Francia dove il popolo elegge 150 mila «grandi elettori» che a loro volta eleggeranno  349 senatori.
Affermare che il popolo italiano eleggerebbe indirettamente il Senato perché i consigli regionali, eletti  dal popolo, eleggerebbero a loro volta i senatori, è quindi una vera baggianata. E’ come dire che il popolo italiano elegge il Presidente della Repubblica perché il Presidente viene eletto da Camera e Senato, che sono eletti dal popolo.
Si tratta di una analogia superficiale e, come tale, giuridicamente improponibile.”

I fautori del ddl Boschi sostengono di essersi ispirati al Bundesrat ma a ben vedere il loro Senato non rispecchia le autonomie locali. In Germania i Land sono ugualmente rappresentati (con la riforma, il Trentino Alto Adige avrà due consiglieri-senatori contro uno solo della Lombardia, dieci volte più popolosa) e i senatori hanno l’obbligo di votare compatti in virtù del vincolo di mandato, dunque devono votare secondo quanto stabilito dai rispettivi Land di appartenenza. In Germania i senatori possono essere sostituiti dal Bundesrat dai loro rispettivi Land in qualsiasi momento. In Italia saranno nominati e intoccabili fino alla fine della loro legislatura e non avranno vincolo di mandato. È facile prevedere che i consiglieri- senatori voteranno per riconoscenza al partito che li ha mandati a Roma (regalando loro l’immunità parlamentare) e non nell’interesse del territorio che dovrebbero rappresentare.
La riforma reintroduce la “clausola di supremazia statale”, attivabile su richiesta del governo, che consente allo Stato, in nome dell’“interesse nazionale”, di scavalcare le Regioni su qualsiasi materia, anche su quelle poche che restano di loro esclusiva competenza. Mentre nasce il cosiddetto “Senato delle autonomie territoriali”, proprio le autonomie locali scompaiono per la strana logica della “riforma” che vede un Senato rappresentativo delle istituzioni territoriali ma lo coniuga con Regioni ed enti locali deboli.
Nel nuovo Senato, oltre ai politici (95) nominati nei consigli regionali, ne entreranno cinque scelti dal capo dello Stato. A che pro affidare la nomina dei senatori al capo dello Stato se il Senato dovrà rappresentare le autonomie locali?

Un così forte accentramento del potere non trova giustificazione neppure nel nome della riduzione dei costi, sul quale puntano molto i sostenitori del Sì.

Stefano Feltri, economista e giornalista: “Attualmente, in Italia, vivono di politica 1 milione e 100 mila persone. Se vince il Sì, saranno appena 215 in meno con il Senato smagrito da 315 a 100 membri. Una riduzione irrisoria, statisticamente irrilevante”.

Nonostante la riforma nasca con la motivazione che accarezza l’antipolitica di “risparmiare soldi”, come certifica uno studio della Ragioneria dello Stato il risparmio sarà di appena 57,7 milioni.
Come è costretto a riconoscere il costituzionalista Carlo Fusaro – sostenitore accanito del Sì – “il risparmio in sé è modestissimo”. Ma anche se fosse di un miliardo come pubblicizza il premier Renzi, si può barattare l’architettura democratica delle Istituzioni con il mero costo non portando maggiore rappresentatività e maggiore partecipazione disattendendo la sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum ubbidendo ad organi sovranazionali non eletti? Per Renzi e Napolitano, evidentemene, sì.  J.P. Morgan, ringrazia.

Per risparmiare la stessa cifra bastava ridurre gli stipendi dei parlamentari del 10% senza riscrivere 47 articoli della Costituzione.

Il nuovo assetto che ne deriva si scontra inevitabilmente con le pubblicità dei “riformisti” perché le Regioni a statuto speciale, le prime per sprechi, non verranno affatto toccate mentre quelle ordinarie perderanno poteri fondamentali sulla politica fiscale, la tutela dell’ambiente e la tutela del territorio accentrati in mano allo Stato (governato da una minoranza). Il divario tra Regioni autonome e Regioni a statuto ordinario sarà ancora più ampio e non porterà alla soluzione dei problemi. Dicono che con la “riforma” saranno più controllate ma si guardi ad esempio agli scandali che coinvolgono la Sicilia, Regione tra quelle autonome che potranno continuare allegramente a dilapidare le loro casse.
Se lo scopo della “riforma” fosse stato realmente quello di limitare gli abusi delle Regioni, oltre a ridefinire le particolari condizioni delle Regioni autonome che invece restano inalterate, l’organizzazione del sistema sanitario sarebbe dovuto tornare di competenza dello Stato, e invece la potestà legislativa continueranno ad averla i governi regionali nonostante la sanità sia notoriamente il centro nevralgico di sperperi e ruberie che sono causa anche dei disservizi.
L’intento reale e neanche troppo velato è quello di sottrarre il controllo del territorio alle Regioni perché è di ostacolo al governo per imporre a livello locale le grandi opere: sulle trivelle in mare, il Tav, il gasdotto Tap o il ponte sullo stretto di Messina le Regioni non potranno più dire alcunché.

Come evidenzia il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, la riforma non chiarisce le competenze tra Stato e Regioni e nemmeno evita conflitti di attribuzione che anzi li moltiplica:

“Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza ‘esclusiva’ dello Stato materie tipicamente regionali quali il governo del territorio, ma limitandole al compito di dettare ‘disposizioni generali e comuni’. Che vuol dire ‘disposizioni generali e comuni’, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono ‘astratte e generali’ e non contengono provvedimenti concreti, e valgono in tutto il territorio nazionale?”.

La partecipazione democratica dei cittadini viene sensibilmente ridotta. Per le leggi di iniziativa popolare le firme necessarie si triplicano passando da 50 mila a 150 mila. In cambio viene garantita la discussione in tempi certi (ancora da stabilire) ma questa garanzia non legittima quell’aumento spropositato. Inoltre le regole per discuterle e votarle saranno scritte – non si sa quando – dalla Camera, cioè dal partito minoritario che governerà. E anche se la legge arrivasse in Parlamento, potrà essere regolarmente bocciata dal governo. In altri ordinamenti, se il Parlamento rigetta o stravolge una legge popolare, i cittadini possono approvarla per via referendaria, ma questo la “riforma” si guarda bene dal prevederlo.
La riforma introduce i referendum propositivi ma non indica quante firme occorrano né quale sia il quorum. Niente di niente. Il governo, un giorno, dovrà varare una legge che ne stabilisca le modalità di attuazione. Visto quello che hanno fatto con le leggi di iniziativa popolare, c’è ben poco da sperare.
Per i referendum, per ridurre il quorum, le firme salgono da 500 mila a 800 mila. Piccoli ritocchi che nel migliore dei casi non cambiano la sostanza, nel peggiore riducono la partecipazione democratica.

Un altro ritornello su cui si giocano la partita dal punto di vista della comunicazione i sostenitori del Sì è l’abolizione delle Province. La riforma non può abolire le Province per il semplice motivo che Renzi si era già vantato di averle abolite con legge ordinaria (figlia dei governi Monti e Letta) nell’aprile 2014. La novità è che la parola “Provincia” scomparirà dalla Costituzione. Nel frattempo, le Province hanno già cambiato nome in Città metropolitana o Ente di area vasta.

I costituzionalisti, i presidenti emeriti e i vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale sostengono le ragioni del No pur riconoscendo alcuni aspetti positivi della riforma come ad esempio l’abolizione del CNEL. Però non si può chiedere di votare in blocco tutta la raffazzonata riforma soltanto per eliminare il CNEL che, in ogni caso, potrà essere facilmente soppresso anche in futuro.

Sostengono le ragioni del No perché la buona intenzione di superare il bicameralismo perfetto è abortita in bicameralismo pasticciato e un sistema parlamentare privo di garanzie, composto da una sola Camera – eletta con un sistema ipermaggioritario senza quorum al doppio turno e con i capilista bloccati e le multicandidature – che non può essere controllata nonostante sia governata da un partito che rappresenta una esigua minoranza del Paese.

Tutti i grandi del passato hanno proposto il superamento del bicameralismo perfetto, eliminando o trasformando il Senato. Certamente nessuno di loro auspicava la trasformazione del Senato in un dopolavoro – con immunità – per la classe politica più corrotta e inquisita oggi rappresentata dai consiglieri regionali, il tutto senza passare dalle urne. E a fronte dell’abolizione del Senato la rappresentanza alla Camera sarebbe stata tutelata e garantita da una legge elettorale proporzionale (quasi pura).
In quegli anni si parlava di semplificare le Istituzioni per rafforzare la democrazia partecipata attraverso la “centralità del Parlamento“.
Questo era anche ciò che avevano in mente Enrico Berlinguer, Pietro Ingrao e Nilde Iotti, strumentalizzati dai sostenitori del Sì per le loro pubblicità pro-riforma.

Aldo Tortorella, ex Pci: “Sbaglia chi dice che bisogna votare turandosi il naso, il premier rottamatore ora cerca di legittimarsi arruolando Berlinguer e Ingrao, ma le loro idee erano incompatibili con una legge ipermaggioritaria.”

Celeste Ingrao: “Gira da ieri su Facebook una foto di papà con appiccicato sopra un grosso Sì e il simbolo del Pd, prendendo a pretesto frasi pronunciate in tutt’altro contesto e avendo in mente tutt’altra riforma.
Non so chi siano gli ultras renziani che hanno avuto questa brillante idea. Mi viene però da dirgli che se, come si usa dire ora, bisogna metterci la faccia ci mettessero la loro e quella dei loro ispiratori”.

Evidentemente, le argomentazioni per il Sì scarseggiano nonostante gli autorevoli “184 costituzionalisti” e dunque si fa quel che si può, anche strumentalizzare le parole di chi non c’è più con la consapevolezza che tanto i diretti interessati non possono ribattere.

Al leitmotiv “avremo più governabilità grazie al fatto che solo la Camera voterà la fiducia al governo”, rispondono i giornalisti Marco Travaglio e Silvia Truzzi nel libro Perché No:

“Chi spaccia questa previsione per una ‘novità’ e un segno di ‘modernità’ finge di ignorare che la fiducia in capo alla sola Camera dei deputati esisteva già nello Statuto Albertino del 1848, che resse tutta l’Italia monarchica, ventennio fascista compreso. In realtà la stabilità dei governi non dipende dal numero di Camere che votano la fiducia, ma dalla coesione delle maggioranze. La Repubblica italiana, infatti, ha avuto 63 governi, e solo due in 70 anni (quelli di Romano Prodi) sono caduti per il diniego della fiducia in Parlamento. Tutti gli altri sono venuti meno in seguito a manovre extra parlamentari. E Renzi dovrebbe saperne qualcosa, visto che andò al governo nel 2014 rovesciando quello di Enrico Letta al di fuori del Parlamento: senza quella manovra di palazzo, Letta sarebbe ancora in carica e terminerebbe con buone probabilità l’intera legislatura.
E ancora: un conto è la stabilità istituzionale, un altro è quella sociale. La prima può essere assicurata con artifici che gonfiano la più grande minoranza fino a renderla maggioranza assoluta. Ma è la seconda che conta. La minoranza ‘gonfiata’ approva leggi che la stragrande maggioranza del Paese non vuole. E non si possono fare vere riforme senza il consenso sociale. Anche perché, appena vinceranno ‘gli altri’, si affretteranno a smontare le norme approvate in precedenza per sostituirle con le proprie”.

Per questo si rende necessaria una legge elettorale come l’Italicum che consente al capo del partito di scegliersi i parlamentari  e, non prevedendo un quorum al secondo turno, assegna la maggioranza assoluta dei seggi al partito che può valere anche solo il 20%. L’intreccio con la riforma costituzionale è chiaramente indissolubile.

“La riforma – sostiene l’avvocato Marco Della Luna – comporterebbe il ritorno a uno Stato autocratico, in quanto essa sostanzialmente sopprime, tutti insieme, in un unico colpo, i tre pilastri del costituzionalismo: la divisione dei poteri, la scelta popolare dei rappresentanti, la possibilità effettiva di un’opposizione. L’effetto strutturale della riforma, combinata con la legge elettorale renziana detta Italicum, è l’abolizione dell’insieme di questi elementi”.

Solo una legge elettorale proporzionale pura può bilanciare lo squilibrio istituzionale causato dalla riforma Boschi perché con il sistema proporzionale ogni voto vale uno e tutti i partiti sarebbero ugualmente rappresentati in Parlamento in base ai voti che prendono. Una legge elettorale di questo tipo, però, non mitigherebbe comunque i difetti della riforma costituzionale: iter legislativo contorto e confuso, Senato che non rappresenta le autonomie locali e composto da nominati ai quali verrà concesso il potere di modificare la Costituzione, Regioni private indiscriminatamente della potestà legislativa.

In ogni caso l’attuale minoranza maggioranza che governa punta esclusivamente all’ipermaggioritario (condito con trucchetti che consentono di scegliere personalmente i deputati), non a caso hanno fondato la loro marcia sul dogma della “governabilità assoluta” che può arrivare solo tramite artifizi e raggiri che stravolgono la volontà degli elettori.
Se mai metteranno mano all’Italicum sarà perché avevano sbagliato a fare i conti prima di imporre il voto di fiducia (un unicum in Italia, se non fosse che Mussolini fece lo stesso con la legge elettorale Acerbo).

Il maggioritario non trova scusante neanche nel retorico e demagogico “impasse” perché il Parlamento, quando vuole, procede spedito.

Con un ragionevole confronto tra tutte le parti politiche si sarebbe potuti giungere ad un compromesso, magari partendo dal Consultellum, la legge elettorale di sicura costituzionalità nata dopo che la Consulta ha espunto dal Porcellum tutti i profili di incostituzionalità.
Ma questo è un ragionamento astratto perché la storia è un’altra, hanno preferito battezzare la siddetta “riforma elettorale” col Patto del Nazareno per poi imporla al Parlamento.

Torno a ripetere. Hanno firmato l’appello per il No tutti i più importanti e autorevoli costituzionalisti, dei più diversi orientamenti politici e culturali, fra i quali 10 presidenti emeriti e 10 vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale. Se nessun giurista di questo livello è presente nel comitato del Sì, un motivo ci sarà.

I 56 costituzionalisti che sostengono le ragioni per il No non ricoprono incarichi governativi e svolgono la loro professione nei più diversi atenei italiani. Hanno tutti idee politiche diverse e si sono riuniti con l’unico intento di tutelare la Costituzione che alcuni insegnano ancora e altri l’hanno fatta rispettare quando erano giudici della Consulta.

Il rammarico espresso da Lorenza Carlassare, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale all’Università di Padova, racconta bene il clima di chiusura in cui si è svolto il dibattito:

“Nessuno difendeva il bicameralismo paritario, l’accordo sulla modifica era praticamente unanime. Bastava procedere seguendo le vie indicate dalla Costituzione, dopo una riflessione approfondita e un confronto serio tra le diverse posizioni per giungere al risultato condiviso richiesto dall’articolo 138. Le Costituzioni sono fatte per durare, non le si può cambiare secondo gli umori della maggioranza, la quale può esprimere, legittimamente, il proprio indirizzo politico nelle leggi, non nella Costituzione che è di tutti”.

Forzature denunciate anche dal senatore del Pd Walter Tocci:

“Non era mai accaduto nella storia repubblicana che il capo del governo imponesse una sorta di voto di fiducia sul cambiamento della Carta.
Aveva cominciato con l’intenzione di raccogliere il malessere dell’opinione pubblica verso le prerogative del ceto politico. Ma poi ci ha ripensato, conservando l’immunità per i consiglieri regionali che diventano senatori. Aveva promesso di tagliare i costi della politica, ma ha deciso di non ridurre il numero dei deputati. Questo cedimento ha creato uno squilibrio. La Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per impossessarsi del Quirinale. Diciamo la verità: se Berlusconi avesse modificato la Costituzione indebolendo l’indipendenza della Presidenza della Repubblica avremmo riempito le piazze”.

La provinciale retorica sui “professoroni” rivolta ai 56 costituzionalisti e rivangata dai sostenitori del Sì ogni qualvolta si sollevi una critica sui contenuti della riforma Boschi appare evidente del tutto pretestuosa e incantatoria e ricorda vagamente le argomentazioni (si fa per dire) di chi nel recente passato sosteneva che qualcuno (Berlusconi) fosse antropologicamente odiato da chiunque (i comunisti) osava criticarne le gesta politiche.

Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale:

“Noi di mestiere facciamo i professori di diritto costituzionale, altri hanno fatto i magistrati di carriera, poi molti di noi si sono ritrovati alla Corte Costituzionale, abbiamo dovuto farla rispettare, quindi abbiamo seguito con attenzione quello che avveniva intorno alla revisione della Costituzione sulla base della nostra esperienza, ahimé noi siamo mediamente dei riformatori che non hanno paura che la Costituzione possa essere adeguata o cambiata. Però seguendo i lavori, leggendo i documenti ecc, ci siamo un po’ spaventati, perché c’è molta improvvisazione, molti punti che non tornavano, molte norme ambigue, molte lacune e allora abbiamo detto: attenzione qui stiamo discutendo di modificare più di 40 articoli della Costituzione repubblicana, quindi, voglio dire, un pezzo grosso. Ma vale la pena di modificarla radicalmente? Stiamo attenti a non introdurre situazioni che per rimediare ad alcune cose combinano guai maggiori e più diffusi. […]

Siamo persone che hanno una certa esperienza, che hanno studiato e che hanno fatto anche i giudici. Io insisto su questo, il giudice sa che per tre paroline scritte in un modo o nell’altro si dà ragione all’uno o all’altro. Quindi siamo molto attenti non a quello che può essere la Costituzione ma a quello che è”.

Temo che l’auspicio del presidente Mattarella ad un confronto sui contenuti della riforma sia destinato a finire in quel tritacarne mediatico di previsioni apocalittiche se non vincesse il Sì e di epiteti con i quali vengono liquidati gli autorevoli pareri dei 56 costituzionalisti che sostengono nel merito le ragioni del No.

Ma c’è ancora tempo per rimediare. Il ministro Boschi può iniziare accettando la sfida del comitato del No: spiegare l’articolo 70 a parole sue, senza leggere.

Alessandro Gilioli, giornalista: “Questo referendum è solo la scelta tra chi ritiene che la riforma Boschi sia migliorativa della Carta attuale e chi ritiene che sia peggiorativa. La formuletta mediatica ‘Italia dei sì contro Italia dei no’ è, di nuovo, svilente rispetto alla rilevanza della Costituzione, legge fondamentale del nostro vivere comune che non ha nulla a che fare con la narrazione renziana, con la presunta o reale modernità del premier. Allo stesso modo, questo referendum non ingabbia chi è contrario alla riforma Boschi tra quanti ritengono immodificabile e non migliorabile la Costituzione: semplicemente, chi vota No ritiene che queste modifiche non siano migliorative ma (nel loro complesso e fatto il bilancio) prevalentemente peggiorative”.

Termino con qualche consiglio di lettura per chi cerca un modo per resistere alla martellante campagna del Sì (che non conosce editto bulgaro). Passate parola.

I manifesti di Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, entrambi presidenti emeriti della Corte costituzionale.
L’intervista rilasciata da Ugo De Siervo, presidente merito della Corte costituzionale.
Le risposte del presidente emerito Gustavo Zagrebelsky alla retorica del Sì.
Le ragioni del No di Massimo Villone, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale all’Università di Napoli “Federico II”.
Le ragioni del No di Alessandro Pace, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Roma
Un testo con le ragioni per il No firmato da sei tra i più autorevoli costituzionalisti italiani.
Il vademecum per il No a cura dell’associazione culturale Libertà e Giustizia.
Le ragioni del No dei Giuristi Democratici.
Coordinamento democrazia costituzionaleReferendum modifiche costituzionali e Io voto No sono tre diversi comitati per il No; nei rispettivi siti web ci sono le ragioni per il No e gli interventi dei 56 costituzionalisti (e non solo).
Libertà e Giustizia è il sito web dell’omonima associazione culturale dove si possono trovare notizie sulla riforma e le interviste dei costituzionalisti.
Il libro Loro diranno, noi diciamo a cura del presidente emerito Gustavo Zagrebelsky e del professor Francesco Pallante.
Il libro Perché No scritto dai giornalisti Marco Travaglio e Silvia Truzzi con il contributo dei costituzionalisti Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelsky.
Le bugie del Sì sul Senato a cura del giornalista Alessandro Gilioli.
Le ragioni del No del senatore del Pd Walter Tocci.
Il documento per il No dei parlamentari del Pd.
Infine, un gruppo su Facebook con oltre 90 mila persone che condividono opinioni e notizie sulla riforma Boschi.

“La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti.”

“Bisogna preparare ben altra rivoluzione nelle coscienze, bisogna dare agli italiani un senso realistico e capacità moderna di lotta politica, abituarli al sacrificio e all’intransigenza per le loro idee.” Piero Gobetti

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