Il bicameralismo e l’arte di incolpare

Negli Stati Uniti il potere legislativo è affidato al Congresso, l’equivalente del Parlamento dei governi europei.
Il Congresso è composto da due rami: la Camera dei rappresentanti, intesa come “camera del popolo”, e il Senato, che è espressione degli Stati. Entrambi i rami del Congresso sono eletti direttamente dal popolo e si rinnovano ogni due anni.

Il Presidente, titolare del potere esecutivo, deve sottostare al volere del Congresso cui sono attribuite “tutte le competenze legislative” (articolo 1 della Costituzione). Quello degli Stati Uniti è un esempio di bicameralismo paritario sostenuto da pesi e contrappesi: le leggi non possono essere approvate senza il consenso di una delle due Camere e i due poteri, quello esecutivo e quello legislativo, sono divisi in maniera marcata.
Ogni legge è sottoposta alla navetta parlamentare proprio come avviene nel Parlamento italiano, quindi il testo per diventare legge deve essere approvato alla stessa maniera sia dalla Camera dei rappresentati che dal Senato.

Un altro aspetto che rende il sistema statunitense fotocopia di quello italiano è la diversità delle maggioranze presenti in Parlamento. L’attuale Presidente Obama, rappresentante dei Democratici, non ha la maggioranza né alla Camera dei rappresentanti né al Senato, entrambe ai Repubblicani (seppure per pochi seggi nel Senato).

Stati Uniti e Italia condividono lo stesso iter legislativo (Camera – Senato – Camera) tuttavia per affrontare la grande recessione iniziata nel 2007 (quella che gli è costata 9 milioni di posti di lavoro e che poi ha travolto l’Europa) il Congresso non ha modificato la Costituzione ma ha attuato riforme riguardanti le piccole imprese, il settore automobilistico, i mercati finanziari, i consumatori, il sistema pensionistico e il mercato immobiliare. Il provvedimento più importante riguardava un programma di investimento per le banche per salvarle dal fallimento in modo che potessero continuare a supportare le autonomie locali.

Certamente in Italia un’operazione del genere sulle banche non è possibile perché non esiste più una “Federal Reserve” e ci sono rigide direttive Ue da rispettare. Il punto è evidente: gli Stati Uniti hanno fronteggiato la grande recessione con riforme strutturali, senza mettere mano alla loro Costituzione e con un sistema parlamentare basato su quello stesso bicameralismo paritario che c’è in Italia.
Negli Stati Uniti nessuno ha mai osato scaricare sul bicameralismo paritario ogni male imputabile neppure dopo lo shutdown che nel 2013 paralizzò il Congresso a causa del mancato accordo tra le due Camere sul provvedimento Obamacare.

La Costituzione degli Stati Uniti è molto più vecchia di quella dell’Italia: è entrata in vigore nel 1789. E da allora ha subito appena 27 emendamenti in 227 anni: nel 1913 per sancire l’elezione dei senatori con voto popolare, nel 1951 per limitare a due i mandati del presidente, nel 1992 per vietare a senatori e deputati di aumentarsi lo stipendio e così via.

In 68 anni, dal 1948 ad oggi, sono stati modificati 43 articoli della Costituzione italiana. Quelli che nel 2012 inserirono il pareggio di bilancio in Costituzione (il famoso Fiscal compact) sono gli stessi che oggi si lamentano degli effetti che produce. Un esempio del perché le riforme costituzionali vanno discusse e decise in maniera ponderata e non approvate purchessia a colpi di maggioranza e mediante dei sotterfugi come sta accadendo oggi in memoria del 2005.

I problemi che improvvisamente oggi ci spiattellano in faccia non sono di natura istituzionale ma politica. Il vero problema italiano non è il bicameralismo paritario ma l’incapacità cronica di produrre una classe dirigente degna di questo nome che scarica sulla Costituzione le proprie colpe.

Un assaggio degli effetti del combinato disposto tra riforma costituzionale e Italicum lo abbiamo già adesso. Il “decisionismo” e la “rapidità” stanno caratterizzando l’esecutivo di Matteo Renzi.
Infatti dal quel lontano 22 febbraio 2014 è come se il bicameralismo perfetto avesse smesso di esistere (bicameralismo che la riforma comunque non elimina): secondo i dati raccolti da OpenBlog “da quanto Renzi è diventato premier il 31,01% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia”.
Questo vuol dire che quelle leggi (Jobs Act, Buona scuola, Salva banche etc) sono passate senza che vi fosse la “seccatura” di doverle discutere con le opposizioni, proprio quello che accadrebbe se venissero approvate le riforme che, afferma l’avvocato Marco Della Luna, comporterebbero il “ritorno a uno Stato autocratico, in quanto essa sostanzialmente sopprime, tutti insieme, in un unico colpo, i tre pilastri del costituzionalismo: la divisione dei poteri, la scelta popolare dei rappresentanti, la possibilità effettiva di un’opposizione”.

Già adesso il Parlamento è assoggettato al volere dell’uomo solo al comando (quello che decide senza “perdere tempo”), proprio come vorrebbero i sostenitori del Sì, eppure gli effetti delle politiche attuate in questa legislatura sono nulli (essendo tutta spesa a deficit e senza interventi strutturali, forse anche peggiorativi) e non si capisce come potrebbe una riforma costituzionale avere un impatto sull’economia tale da poter uscire dalla crisi.
E non è chiaro perché ai disegnini con “-4% di Pil in tre anni” o alla pubblicità “+6% di Pil in 10 anni” (ovviamente, -4% se vince il No; +6% se vince il Sì) non è affiancato uno straccio di studio che metta in correlazione le due cose su base scientifica, ripresa economica con riforma costituzionale.

Il professore Salvatore Settis ha scritto nel suo ultimo saggio Costituzione!: “Se è proprio necessario cambiare di corsa la Costituzione per uscire dalla crisi, come mai gli Stai Uniti non se ne sono accorti?”.

Renzi, Boschi e Verdini hanno trovato la soluzione alle crisi economiche che affliggono interi popoli senza dirlo a nessuno, neanche a quei fessi degli americani.

Riguardo le riforme attuate dal governo Renzi qualcuno potrebbe pindaricamente sostenere che si sono rivelate utili. Ma allora, se i risultati così straordinari magnificati da Renzi sono stati ottenuti con la Costituzione che c’è, perché cambiarla?

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