“Ha vinto la democrazia”. Sicuro?

Si è alleato con l’Isis vendendo armi al califfo in cambio di petrolio e ha fatto incarcerare come traditori i giornalisti che hanno documentato tale accordo. Ha rotto la tregua con i curdi, bombardando le postazioni in Iraq e in Siria da cui combattevano l’Isis. I più fortunati sono stati fucilati dopo essere stati disarmati, gli altri arsi vivi. Ha istituito un confine lungo il quale si spara a vista ai profughi siriani. Approvando una serie di leggi liberticide ha massacrato il Kurdistan. Durante le elezioni ha lasciato che il voto fosse disseminato di minacce contro il partito curdo. Ha sospeso l’immunità parlamentare mettendo i deputati delle opposizioni sotto il ricatto dell’arresto. Ha soffocato manifestazioni pacifiche con l’uso della violenza. Ha ripristinato le imposizioni illiberali della sharia.

Nella sua storia la Turchia ha subito quattro colpi di Stato (cinque, con quello di ieri) e nessuno – dicasi nessuno – ha mai portato al regime imposto dal dispotico Erdogan. L’esercito kemalista è da sempre considerato il custode dello Stato laico fondato da Ataturk (il quale laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale e depenalizzò l’omosessualità), quello Stato laico che Erdogan ha rovesciato attraverso l’oppressione.
Dopo la scomparsa di Ataturk fu proprio l’esercito a garantire la continuità delle riforme kemaliste assicurando la natura secolarista, repubblicana e democratica delle Istituzioni evitando derive autoritarie e ricadute di matrice islamica.

Dovendo scegliere tra la presa di potere dell’esercito – con tutti i dubbi democratici di metodo che suggerisce – e la svolta islamica e autoritaria imposta da Erdogan, certamente opto per la prima perché sarebbe stata la soluzione alla allarmante crisi della democrazia in Turchia. Ora che i militari, vecchi custodi dello Stato laico e democratico, sono ormai completamente sotto il controllo governativo non c’è più nessuno a contrapporsi alla spirale di violenza innescata del despota eletto democraticamente.

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